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Via D’Amelio, 32 anni dopo: i fili ancora scoperti tra Somalia, eversione nera e potere

di Luigi Grimali - Free Bonus: Postfazione di Salvatore Borsellino da "1994" di Luigi Grimaldi e Luciano Scalettari - 2010 Chiarelettere -

Via D’Amelio, 32 anni dopo: i fili ancora scoperti tra Somalia, eversione nera e potere
Via D’Amelio, 32 anni dopo: i fili ancora scoperti tra Somalia, eversione nera e potere Luigi Grimaldi


In questi giorni si avvicina il 19 luglio, anniversario della strage di via D’Amelio in cui persero la vita Paolo Borsellino e gli agenti della scorta. A 32 anni di distanza, le domande sui mandanti esterni, sulle convergenze tra mafia ed eversione e sui progetti di destabilizzazione del Paese restano in gran parte senza risposta. Rileggere oggi il capitolo “Dalle Leghe a Eurotopia” del mio libro 1994 (Chiarelettere - 2010), scritto con Luciano Scalettari e con postfazione di Salvatore Borsellino, dimostra quanto quelle dinamiche siano ancora attuali.

Il comitato d’affari italo-somalo legato al Progetto Urano — lo scambio della possibilità di smaltire rifiuti tossici e radioattivi in zone di guerra come Croazia e Somalia in cambio di armi — si è avvalso di entrature con servizi segreti, massoni e piduisti, coperture politiche in Italia e Somalia, e commistioni con i vertici di Cosa Nostra.

Un altro versante collega alcuni protagonisti di Urano all’estrema destra e a figure di Ordine Nuovo, nonché esponenti neofascisti alle mafie del Sud. Queste relazioni sono parte integrante dei piani politico-eversivi emersi nell’inchiesta «Sistemi criminali» della Procura di Palermo(1). Le indagini della DIA ipotizzavano una connessione tra le stragi di Capaci e via D’Amelio e gli attentati del 1992-93 come parte di un unico disegno criminoso che vedeva interagire Cosa Nostra con altri gruppi criminali.

Dal 1990 si diffuse nel Centro-Sud un fenomeno di formazioni leghiste parallelo all’espansione della Lega Nord. Ruolo trainante ebbero personaggi della massoneria deviata e della destra eversiva, in particolare Licio Gelli e Stefano Delle Chiaie.

Stefano Delle Chiaie

Queste spinte separatiste si inserivano in un progetto più ampio. Nel 1989 il Club 1001 (presieduto da Filippo d’Edimburgo) incaricò Alfred H. Heineken di elaborare Eurotopia, piano di smembramento dell’Europa in 75 mini-Stati (l’Italia divisa in otto).

Alfred Heineken

Il progetto, discusso con l’agente SIS Cyril Northcote Parkinson (Tra i fan del Parkinson c’era Alfred Speer, ministro della produzione di armi per Adolf Hitler, che ha cenato con Parkinson nella prigione di Spandau nel 1969), ricevette apprezzamenti da Bush, Clinton e Kissinger. Pur parzialmente irrealizzato, influenzò proposte federaliste della Lega Nord nel 1994.

LA DIVISIONE IN MICROSTATI DEL PROGETTO EUROTOPIA

Secondo questo modello, l'Italia sarebbe stata divisa in 8 macro-regioni sovrane e indipendenti all'interno della federazione europea: [1]

  • Piemonte (comprendente anche la Valle d'Aosta e la Liguria)

  • Lombardia

  • Venezia (comprendente il Triveneto: Veneto, Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia)

  • Toscana (comprendente anche l'Emilia-Romagna)

  • Umbria (l'Italia centrale, inclusi Marche, Abruzzo e il Lazio/Roma)

  • Campania / Napoli (comprendente anche il Molise)

  • Apulia (Puglia, unita alla Basilicata e alla Calabria)

  • Sicilia (la Sardegna, per questioni demografiche e geografiche, veniva talvolta accorpata o considerata a parte in base al bilanciamento dei 5 milioni di abitanti)

Per l’Italia meridionale il piano fu avviato concretamente. Protagonista di primo piano fu Stefano Menicacci, ex senatore MSI, avvocato e socio di Delle Chiaie nella Intercontinental Export Company. Con Domenico Romeo fondò in soli dieci giorni (8-18 maggio 1990) sei/sette movimenti leghisti meridionali, con sede nel suo studio romano di via Muzio Clementi 18. La DIA lo definì «l’elemento di collegamento principale» tra la Liga Veneta e le iniziative centro-meridionali. Menicacci fu candidato con la Liga Veneta e legale di Franco Rocchetta (poi sottosegretario agli Esteri nel primo governo Berlusconi).

Nello stesso studio operava un’associazione di solidarietà con la Somalia dell’era del dittatore Siad Barre, periodo in cui Menicacci inviava Marocchino nel Corno d’Africa. Marocchino e Menicacci risultano centrali anche nelle vicende somale che precedono e accompagnano l’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin (20 marzo 1994), giornalisti impegnati su traffici internazionali di armi e rifiuti tossici.

Queste notizie diventano ancora più rilevanti se collegate a quanto avviene tra maggio e giugno 1992. In quel periodo Marcello Dell’Utri contatta Ezio Cartotto (democristiano, ex braccio destro del ministro Giovanni Marcora) proponendogli di coinvolgerlo in un progetto politico. Cartotto ha riferito ai magistrati di Palermo e Caltanissetta (pm Domenico Gozzo, Anna Palma e Luca Tescaroli) che Dell’Utri sosteneva la necessità che, di fronte al crollo dei referenti politici tradizionali, il gruppo Fininvest «entrasse in politica».

Successivamente Cartotto iniziò a lavorare presso gli uffici di Publitalia, all’ottavo piano, vicino a quello di Dell’Utri. Proprio in quel giugno 1992 Roberto Ruppen — alter ego di Guido Garelli nel Progetto Urano e procuratore fiduciario del governo somalo — entrò nel ristretto e segreto gruppo di lavoro per l’«Operazione Botticelli», il piano di fattibilità della nascita di Forza Italia.

Queste ricostruzioni trovano conferma drammatica nel lavoro di Report (Paolo Mondani) e nelle dichiarazioni dell’avvocato Fabio Repici, legale di Salvatore Borsellino. Repici ha ricostruito come Borsellino stesse seguendo con attenzione le dichiarazioni di Alberto Lo Cicero sulla presenza di Stefano Delle Chiaie a Capaci e sui suoi contatti con ambienti mafiosi. Elementi che rafforzano l’ipotesi di un unico disegno eversivo.

A 32 anni da via D’Amelio, il libro 1994 resta uno strumento prezioso. Anticipava connessioni tra traffici italo-somali, eversione nera, progetti separatisti, stragi e transizione politica che Report continua a documentare. In questo quadro, le recenti vicende legate all’attentato a Sigfrido Ranucci appaiono molto più che sospette: quando un programma che indaga da anni su questi stessi intrecci subisce un attacco seguito da fughe di atti e polemiche, la continuità con il sistema descritto trent’anni fa risulta inquietante.

La verità su via D’Amelio e sul biennio delle stragi non è solo memoria. È ancora una chiave per capire il Paese di oggi.


  • Nota (1) : Pur richiedendo la archivizione del procedimento, per l’impossinilità dovuta ai limiti imposti dal CPP in relazione alla scadenza dei termini di indagine, i PM di Palermo misero nero si bianco che :

si può ritenere, in sintesi, sufficientemente provato:

• che fra la fine del 1991 e gli inizi del 1992 si svolsero riunioni fra i capi di Cosa Nostra delle varie province per deliberare l’approvazione di una profonda ristrutturazione dei rapporti con la politica che si articolava in due fasi: l’azzeramento dei rapporti con i referenti tradizionali e la creazione delle con dizioni più propizie per il sorgere di nuovi soggetti politici che fossero diretti interpreti delle istanze della criminalità organizzata e degli interessi con esse convergenti di quello che si è definito il “sistema criminale”;

• che in Cosa Nostra si pensò che per raggiungere tali obiettivi fosse necessaria l’attuazione di una strategia della tensione da realizzarsi anche mediante una campagna di attentati indiscriminati che determinasse effetti destabilizzanti;

• che nello stesso periodo venne proposta l’adesione a tale strategia alle altre organizzazioni criminali del meridione (in particolare, alla ‘ndrangheta e alla Sacra Corona Unita);

• che, all’interno di Cosa Nostra, si ipotizzò che tale fine potesse essere realizza to mediante l’inasprimento delle istanze separatiste storicamente latenti in Sicilia e lo sfruttamento del successo politico della Lega Nord, al fine di favorire la secessione della Sicilia e delle altre regioni meridionali d’Italia dal resto della nazione, così ritenendo di poter meglio gestire in sede politica gli interessi illeciti del “sistema criminale”;

• che nel medesimo periodo cominciarono a formarsi nel meridione d’Italia nuovi soggetti politici di ispirazione separatista;

• che la costituzione dei nuovi movimenti politici meridionalisti era prevalente mente ispirata da personaggi legati alla massoneria ed alla criminalità organizzata;

• che tali nuovi soggetti politici stabilirono rapporti con la Lega Nord;

• che all’interno della Lega Nord, soprattutto alle sue origini, vi erano influenti personaggi legati alla massoneria;

• che, negli anni immediatamente successivi all’elaborazione del progetto di “ristrutturazione violenta” dei rapporti della criminalità organizzata con la politica, furono posti in essere omicidi e stragi con la finalità di azzerare i rapporti con i vecchi referenti politici e di determinare effetti destabilizzanti nel Paese;

• che fra i principali protagonisti di questa strategia politico-criminale vi sono stati non soltanto appartenenti a Cosa Nostra (a cominciare da Totò Riina), ma anche soggetti “esterni” ad essa legati come Licio Gelli (indicato da alcuni collaboranti come “regista” del progetto, e certamente attivo protagonista del fenomeno delle leghe meridionali);

• che improvvisamente, alla fine del ’93, Cosa Nostra rinunciò alla strategia stragista nel momento del suo massimo inasprimento;

• che, quasi contestualmente, l’investimento nel progetto separatista fu abbandonato e la ristrutturazione dei rapporti della criminalità organizzata con la politica venne poi perseguita dirottando tutte le risorse nel sostegno di una nuova formazione politica nazionale.

BONUS: LA POSTFAZIONE DI SALVATORE BORSELLINO

Da sedici anni, dal 19 luglio del 1992, i manovratori delle luci hanno fatto calare le tenebre attorno alla scena della strage. Sono rimasti solo i riflettori accesi sul numero 19 di via D’Amelio. Con una luce forte, accecante, in maniera che gli occhi, colpiti da quella luce, non riescano a distinguere quello che succede attorno, in mezzo alle tenebre.Buio sul castello Utveggio, su via dell’Autonomia siciliana, buio sul golfo di Palermo, sull’Arenella, sull’Acquasanta. Le tenebre coprono tutto. Si può solo sentire ogni giorno, alle 17, il suono delle sirene che arriva da via dell’Autonomia siciliana, le macchine blindate che sbucano d’improvviso da quelle tenebre in una via che dovrebbe essere sgombra, dove dovrebbe essere vietato fare sostare le macchine e che invece ne è tanto piena che, una volta entrati, se ne può uscire solo a marcia indietro.Ogni giorno, alla stessa ora, il giudice scende dalla macchina lasciando la sua borsa di cuoio sul sedile posteriore. Deve solo suonare il campanello della casa di sua madre e dirle di scendere perché deve accompagnarla dal cardiologo.Tutti gli uomini e l’unica donna della sua scorta scendono insieme a lui e gli si fanno attorno, non hanno che il loro corpo per proteggerlo. Il giudice suona il campanello e non si capisce se riesce a pronunciare qualche parola prima che l’esplosione di centinaia di chili di tritolo, anzi di Semtex, l’esplosivo usato dai militari, scateni l’inferno.Antonino Vullo, l’autista della macchina del giudice, è restato dentro l’auto, sta facendo la manovra per essere pronto a ripartire appena il giudice ritornerà tenendo per il braccio la madre. Un’onda di calore lo sbalza all’indietro ma la macchina è blindata e resiste all’onda d’urto.Ogni giorno, alla stessa ora, scende ferito e intontito dalla macchina e camminando sente sotto i piedi delle cose molli, sono i pezzi dei suoi compagni, cammina con i piedi in mezzo alle pozzanghere, è il sangue dei suoi compagni, del suo giudice, insieme ai quali, da allora, continuerà a desiderare di essere morto per non dovere rivivere ogni giorno e ogni notte, nei suoi terribili sogni, sempre la stessa scena.Il giudice viene tagliato in due, il troncone del suo corpo viene sbalzato tra quel che rimane della cancellata e la facciata crollata del palazzo. Dei corpi dei ragazzi che lo proteggevano non rimane quasi nulla, una mano vola ogni giorno in alto, in una sequenza senza fine, e si ferma su quello che è rimasto su un balcone del quinto piano.La madre del giudice sa che è scoppiata quella bomba che tutti sanno, da due mesi, servirà per eliminare, dopo l’altro giudice, anche suo figlio, ma, per pietà, il suo cervello le fa credere che siano scoppiate le tubature del gas e allora, a piedi nudi, corre per le scale, cerca di arrivare all’esterno, scende per quattro piani in mezzo alle macerie, alle vetrate distrutte, ma arriva giù senza un graffio. Forse suo figlio, prima di andare via per sempre, la prende in braccio e la porta giù, dolcemente e, quando passa vicino al suo corpo, le chiude gli occhi per non farle vedere quello che è rimasto di lui, quello che è rimasto di Emanuela, di Agostino, di Claudio, di Vincenzo, di Walter. In ospedale, dove la porta un pompiere che la raccoglie dalle braccia del giudice, dirà di non avere visto niente di quell’inferno che c’era davanti al numero 19 di via D’Amelio, di non avere visto il corpo di suo figlio, di non avere visto il sangue che riempiva la strada.Ogni giorno alla stessa ora, qualcuno, dal castello Utveggio, vede distintamente il giudice che sta per premere il pulsante del citofono e preme il pulsante del telecomando che scatena l’inferno, il castello ora è immerso nelle tenebre ma da lassù l’ingresso del numero 19 di via D’Amelio si distingue chiaramente, illuminato dalla luce accecante dei riflettori ed è facile sincronizzare il comando al momento in cui viene premuto il campanello e non lasciare scampo al giudice e agli uomini della sua scorta.Ogni giorno, alla stessa ora, il capitano Giovanni Arcangioli si avvicina alla Croma blindata del giudice e prende la borsa di cuoio che contiene l’agenda rossa, o è qualcuno a porgergliela, in mezzo alle fiamme e al fumo non si distingue bene, ma poi si allontana con passo sicuro, guardandosi intorno, verso via dell’Autonomia siciliana dove c’è qualcuno ad aspettarlo. Quell’attentato è stato preparato anche per poter avere in mano quell’agenda.Nell’allontanarsi dalla macchina calpesta gli stessi pezzi di carne, lo stesso sangue che ha calpestato l’agente Vullo, ma dal suo viso non traspaiono emozioni, forse ha un preciso incarico da compiere, è come essere in guerra, e in guerra le emozioni devono essere controllate. Arriva in via dell’Autonomia siciliana ma qui le luci dei riflettori che illuminano la scena della strage non arrivano, c’è il buio, il buio assoluto e non si riesce a vedere a chi il capitano Arcangioli consegna la borsa e chi ne estrae l’agenda rossa del giudice. Vediamo solo, ancora sotto la luce dei riflettori, qualcuno che un’ora dopo riporta la borsa, ormai vuota di quell’agenda che potrebbe inchiodare gli assassini del giudice e chi aveva interesse a eliminarlo, sul sedile posteriore della macchina blindata.Sono passati sedici anni e ogni anno, al 19 di luglio, arrivano i padroni dei tecnici delle luci, portano delle corone, le appoggiano alle cancellate, si fanno fotografare, e intanto sorvegliano che tutto vada come previsto, che i riflettori siano sempre accesi con la loro luce accecante sul luogo della strage e che tutto intorno sia tenebra, che niente si riesca a vedere di quello che è successo, di quello che succede, intorno al luogo della strage.Ma i tecnici delle luci possono controllare solo i riflettori, non possono controllare il cielo e ogni tanto, nel buio, qualche lampo arriva a squarciare le tenebre e lascia intravedere, anche se solo per un attimo, quello che loro non vogliono farci vedere, quello che non dobbiamo, non possiamo vedere, non possiamo sapere perché su di esso sono fondati gli equilibri e i ricatti incrociati che tengono in piedi questa Seconda Repubblica, questo nuovo regime fondato sul sangue delle stragi del 1992.(Il testo prosegue con la sequenza dei “lampi” – telefonata di Giammanco, papello, incontro con Mancino, barca nel golfo, Bruno Contrada, ecc. – fino alla conclusione.)Scrissi questo pezzo nel settembre del 2008 (prima del proscioglimento del capitano Arcangioli), mi alzai in piena notte con queste immagini che mi balenavano davanti, come in un sogno a occhi aperti, ripensando a quanto nel corso degli anni, a partire da quel giorno di luglio del 1992, avevo letto, saputo, intuito sui motivi e sulle poche risultanze certe delle modalità di quella strage. Tutto mi appariva come un’unica scena illuminata, quella della strage, circondata dalle tenebre sulle circostanze che l’avevano determinata e sulle modalità di esecuzione. Quelle poche cose conosciute o intuite mi apparivano come scene staccate, illuminate da lampi che ogni tanto lasciavano intravedere una verità che non poteva e non doveva essere conosciuta.Dal 1992 e dal 1993, gli anni delle stragi, e dall’anno del cambiamento della scena politica italiana, il 1994, è passato tanto tempo, eppure una verità completa, esauriente sulle stragi e sulla morte di Paolo e dei ragazzi della sua scorta non c’è ancora. Ma dopo tanti anni di battaglie per la verità oggi finalmente una verità l’abbiamo. Una sola: ci sono finalmente dei giudici che a Palermo, a Caltanissetta, a Firenze, a Milano, stanno portando avanti le indagini, e le cose stanno cambiando.


Il 17 luglio del 2007, in occasione dell’anniversario di via D’Amelio, scrissi una lettera aperta che chiamai «19 luglio 1992, una strage di Stato», dove parlavo di un’agenda rossa, di Mancino, del castello Utveggio. Per molti di quelli che la lessero era come se stessi parlando dei marziani.

Ora, da quando Sergio Lari è procuratore a Caltanissetta e Antonio Ingroia, Nino Di Matteo, Roberto Scarpinato portano avanti con determinazione a Palermo le istruttorie di nuovi filoni di indagine, improvvisamente tutto è cambiato. Ci sono tante persone che dopo diciassette anni sembrano aver ritrovato la memoria e cominciano a parlare. E su tutti i giornali, alla televisione, si parla di trattativa, di papello, anche se non ancora – ma ancora per poco – di strage di Stato.

Già nel 2007 dicevo che la trattativa era il vero motivo dell’assassinio di Paolo Borsellino. Che Paolo sarebbe stato ucciso lo sapevano tutti, lui per primo, dal momento in cui era stato ucciso Falcone. Uccidere l’uno senza uccidere l’altro non sarebbe servito a nulla perché erano due magistrati che lavoravano con gli stessi fini e con lo stesso sogno di sconfiggere la criminalità organizzata in Sicilia e nel resto del paese. Oggi a portare verso l’ipotesi di una strage di Stato ci sono le rivelazioni di Brusca, di Spatuzza, e le rivelazioni e i documenti prodotti da Massimo Ciancimino. Fatti e nomi che ritornano anche in questo libro, in questa ricerca che tratteggia anche connessioni diverse e che, anche per altri fatti e per altre piste, conduce allo stesso scenario, alle connessioni tra mafia e servizi, tra lo Stato e il sistema criminale, tra la politica e il potere mafioso, che oggi si è purtroppo annidato all’interno delle stesse istituzioni.

Penso prima di tutto alle conseguenze di quella sciagurata trattativa e al fatto che lo stesso Ciancimino, alla domanda del perché certe cose di gravità inaudita le racconti solo oggi, ha risposto che soltanto adesso qualcuno è andato a cercarlo per porgli certe domande. Fino a oggi non l’aveva fatto nessuno, e quando le indagini andavano in certe direzioni tutto si fermava, o meglio veniva fermato. Quando si andava a vedere quali erano le collusioni e le connivenze all’interno dello Stato che avevano portato all’eliminazione di Paolo Borsellino e di Giovanni Falcone, o quantomeno all’accelerazione delle stragi di via D’Amelio, sembrava che ci fosse un limite invalicabile oltre il quale non era permesso andare e le indagini si fermavano... Anche politici e figure di rango istituzionale, tranne per ora Nicola Mancino, cominciano a far riaffiorare ricordi sepolti da lunghi anni di reticenze e di silenzi.

Oggi sembra che finalmente l’aria sia cambiata e che si siano create le condizioni per fare dei passi decisivi verso la verità. Ma è una verità che fa paura a molti, anche se molti, proprio per paura di essere coinvolti in maniera più pesante nelle indagini in corso, cominciano a dire quello che sanno e che per anni avevano taciuto.

So che c’è da temere che ora i poteri occulti che hanno portato a quelle stragi e che hanno poi impedito che si arrivasse alla verità prendano le contromisure, non con l’esplosivo, che forse è passato di moda e ha come controindicazione la rivolta della società civile, ma con quegli stessi metodi che sono stati usati con magistrati scomodi come Luigi de Magistris, Clementina Forleo, Gabriella Nuzzi e l’intera Procura di Salerno.

Oggi, come io ho sempre ritenuto, sta venendo alla luce che la trattativa tra mafia e Stato sia nata, non come si pensava e come sostenevano i Ros dei carabinieri, dopo la strage di via D’Amelio, ma già dopo la strage di Capaci. La trattativa è alla base della strage di via D’Amelio. Paolo e la sua scorta sono stati massacrati per permettere alla trattativa stessa di andare avanti, e per impedire a Paolo, come sicuramente avrebbe fatto se non fosse riuscito a fermarla, di rivelarla all’opinione pubblica.

Si parla sempre di «trattativa» come se fosse l’unica, ma non è così. Lo Stato con la mafia, con l’anti-Stato, ha sempre «trattato», da Portella della Ginestra in poi. Per capire gli eventi che hanno preparato la svolta del 1994 bisogna andare indietro almeno fino al 1991, un anno chiave nelle vicende raccontate in questo lavoro.

Tutto va ricondotto a un momento storico, il maxiprocesso di Palermo a seguito del quale il Gotha della mafia viene condannato a pesanti pene detentive. I collaboratori di giustizia hanno riferito che la parola d’ordine che circolava tra i mafiosi era di stare tranquilli perché tanto poi si sarebbe aggiustato tutto, come era sempre accaduto, perché i processi venivano sempre annullati dal giudice Carnevale e dalla I Corte di cassazione.

Invece che accade nel 1991? Che Falcone va al ministero di Grazia e giustizia, riesce a individuare il cuore del problema e ottiene di far passare il criterio della rotazione delle sezioni. In base a questo criterio non saranno più la prima sezione e il giudice Carnevale a occuparsi del maxiprocesso ma sarà un’altra Corte. È così che la storica sentenza del maxiprocesso di Palermo viene confermata. Ed è a questo punto che i vertici della criminalità organizzata ritengono che il patto che c’è sempre stato tra Stato e mafia, e che è stato sempre rispettato, sia stato invece violato.

Insomma «questa» trattativa, l’ultima in ordine di tempo, doveva rimettere a posto gli equilibri con la mafia. Una nuova trattativa resasi necessaria dopo che la mafia ha ritenuto che non fossero più affidabili i vecchi interlocutori, Lima, i fratelli Salvo, Andreotti. E non solo ritengono rotto il patto ma reagiscono uccidendo Salvo Lima e uno dei fratelli Salvo impedendo così che Andreotti possa diventare, come era nell’aria, presidente della Repubblica. Il messaggio è stato lanciato forte e chiaro, la mafia cerca nuovi referenti. Forse aveva già cominciato a cercarli anche prima. Anzi, la mafia da quel momento in poi vuole di più, e percorre l’ipotesi di formare nuovi partiti, partiti della mafia, espressione diretta della criminalità organizzata, non semplicemente punti di riferimento della mafia. L’ambizione è diversa, è nuova, punta a far nascere movimenti politici per cui la mafia «sarebbe diventata Stato», come ha riferito un collaboratore di giustizia.

Un piano strategico senza precedenti, una guerra con bombe, morti e feriti. La mafia che diventa Stato. Alla fine mi pare che sia esattamente ciò che è accaduto, perché credo che non ci sia stato mai prima d’ora, in Italia, un’epoca in cui l’anti-Stato è penetrato così profondamente nei meccanismi dello Stato, arrivando fino ai vertici delle istituzioni. Penso che questa sia la realtà del nostro paese di oggi. E perché questo si potesse realizzare Paolo Borsellino doveva essere eliminato. E la sua agenda rossa sparire.

In quella fase ci fu la creazione di diversi partiti e leghe del Sud, con una complessa manovra che si era svolta sotto la supervisione di Marcello Dell’Utri. Poi, d’improvviso, le cose cambiano e si decide di appoggiare un partito che ancora doveva nascere. Quale sia questo partito ce lo ha spiegato l’attuale presidente del Consiglio, che in uno dei primi congressi di Forza Italia, indicando Marcello Dell’Utri disse: «Senza quest’uomo Forza Italia non esisterebbe».

Dell’Utri, lo stesso che insieme al presidente del Consiglio ha proclamato eroe Vittorio Mangano, stalliere di Arcore e pluriassassino, quel Mangano che risulta condannato a dieci anni per concorso esterno in associazione mafiosa, un reato che oggi qualcuno vorrebbe abolire. Quanto a Dell’Utri, la condanna per lo stesso reato è stata confermata in appello.

Alcuni collaboratori hanno rivelato che all’interno delle cosche mafiose circolava la consegna che il nome di Dell’Utri non doveva neanche essere fatto, tanto importante era il suo compito strategico. È una persona che non deve essere neanche nominata.

Tutto nasce dal maxiprocesso e dalla successiva conferma degli ergastoli in esso comminati. Questi eventi hanno avviato quel processo che ha portato alla nascita di Forza Italia e alla nascita, nel 1994, della Seconda Repubblica. Che per me quindi nasce direttamente dalle stragi del 1992 e da quelle del 1993, compiute per alzare il prezzo della «trattativa».

Sono andato via da Palermo quarant’anni fa, non ho potuto stargli fisicamente accanto nei periodi più importanti della sua vita. Oggi vengo a sapere che mio fratello, prima di essere ucciso, disse di essere stato tradito da un amico. Oggi io non posso più fidarmi di quelli che mi dicono di essere stati amici di Paolo, anzi...

Diciassette anni fa, dopo la strage, rifiutammo i funerali di Stato. Quest’anno ho voluto impedire che questi funerali di Stato ci venissero imposti, come ogni 19 luglio, dalle autorità che vengono a ogni ricorrenza in via D’Amelio a porre corone sul luogo di quella strage che lo Stato, nella migliore delle ipotesi, non ha saputo né voluto evitare.

È bastato annunciare che una folla di persone con delle Agende rosse in mano avrebbe presidiato per tutto il giorno il luogo della strage per far sì che, per la prima volta in diciassette anni, nessun rappresentante istituzionale si affacciasse in via D’Amelio. Era stata preparata una lapide con l’effigie di Mangano e la sua data di nascita e di morte. Avremmo detto a chi avesse portato delle corone, per celebrare dei riti di morte per chi è oggi invece più vivo che mai, di porle davanti all’effigie di quel nuovo loro eroe.

Il giorno precedente una folla di persone con le Agende rosse levate in alto ha percorso la strada che da via D’Amelio porta fino al castello Utveggio, lì dove, come dice la sentenza del processo Borsellino-bis c’era una sede del Sisde, i servizi segreti civili italiani. Da quel castello partirono le telefonate che, nel giro di centoquaranta secondi dalla strage, diedero la certezza a qualcuno che si trovava in una barca ancorata nel golfo dell’Acquasanta che la strage era stata effettuata e che Paolo Borsellino, l’ultimo ostacolo alla trattativa, era stato eliminato. Le prime volanti arrivarono in via D’Amelio sette minuti dopo la strage, io ci misi cinque ore a sapere che mio fratello Paolo era stato ammazzato. Ne fui certo soltanto quando mia madre mi telefonò dall’ospedale per dirmi: «Hanno ucciso tuo fratello».

Il giorno seguente, davanti al Palazzo di giustizia di Palermo, lo stesso popolo delle Agende rosse ha manifestato la sua solidarietà ai magistrati della Procura.

Il 26 settembre di quest’anno una folla di persone arrivate a proprie spese a Roma da ogni parte d’Italia ha levato in alto le Agende rosse per le vie della capitale, e ha manifestato a piazza Navona, levando in alto solo quelle agende e le bandiere italiane, per la LIBERTÀ, la VERITÀ e la GIUSTIZIA. Una manifestazione che è stata completamente ignorata dai mezzi di informazione. Forse quelle Agende rosse a qualcuno fanno troppa paura, o risvegliano colpe e ricordi che si vogliono seppellire.

Io ritengo che il patto tra Stato e mafia sia stato siglato e che la trattativa, dopo l’uccisione di Paolo, si sia conclusa. Lo dimostra il fatto che l’attentato più catastrofico, quello preparato allo stadio Olimpico nell’ottobre del 1993 non fu portato a termine. Dissero che non avevano funzionato i telecomandi. Qualche volta i telecomandi usati dalla mafia possono non funzionare, ma di telecomandi usati dai servizi segreti che non abbiano funzionato non ne ho notizia. Hanno funzionato alla Banca dell’Agricoltura a Milano, a piazza della Loggia a Brescia, sul treno Italicus, sul Rapido 904, alla stazione di Bologna, per tutte le stragi di Stato che hanno preceduto quella del 19 luglio del 1992.

E chi ha tempo e voglia di capire quanto è successo, apra le pagine di questo libro e i «lampi nel buio» si faranno sempre più frequenti e illumineranno sempre più a lungo la scena di via D’Amelio e di tutto il nostro disgraziato paese. A patto che riusciate a resistere al disgusto provocato dal «puzzo del compromesso morale, della indifferenza, della contiguità e quindi della complicità» che saltano fuori da ogni pagina, e abbiate voglia di tornare a sentire quel «fresco profumo di libertà» per cui Paolo e i suoi ragazzi hanno sacrificato la loro vita.

Un profumo che da quel puzzo è stato completamente sommerso e che potremo ritornare a sentire solo se le nostre parole d’ordine, come per tutto il popolo delle Agende rosse, saranno queste: «RESISTENZA, RESISTENZA, RESISTENZA».


Salvatore Borsellino


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Luigi Grimaldi

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Commenti

Un iscritto

Grazie - Ho appena finito il libro "biennio di sangue" di Luca Tescaroli, e anche lui, nell' ultimo capitolo, da' la sua idea di cosa manca per chiudere il cerchio... al succo, la P2.

1d
Un iscritto

Con gli uomini e le donne di Buona volontà il sistema criminale che vede coinvolto il potere,da quello politico a quello economico, verrà scardinato. Spero sia solo questione di tempo.

2d
Un iscritto

Sentenza di Cassazione del 27 aprile 2023: vincono sempre loro alla fine, parassiti infestanti che contaminano e indeboliscono la nostra società, il nostro Paese, le nostre vite. Camminiamo su un un macabro tappeto di martiri tra pianti e urla di rabbia e di dolore, inseguendo come miraggi effimeri lampi di luce, ma ci hanno sottratto da tempo le armi per combattere, lasciandoci solo illusori strumenti per difenderci, e nobili testimoni per nutrire la Storia.

2d
Un iscritto

Commovente ed angosciante allo stress tempo. Se per Garlasco Luigi ha parlato spesso di un ambiente vischioso, qua si ha la sensazione di muoversi dentro a una palude dentro la quale evidentemente siamo ancora invischiati, se si pensa a certe sentenze che sono state emesse proprio di recente nei confronti di alcuni soggetti citati in questo bell’ approfondimento e nella postfazione del fratello del giudice Borsellino, o al fatto che ancora si parli di autonomia differenziata per alcune regioni… forse è proprio la sensazione fortissima, in Italia, della presenza costante di trame di potere oscure che sono infiltrate anche dentro lo Stato, che “sono diventate” lo Stato, che non ci abbandona mai e non ci fa mai avere fiducia che giustizia sarà veramente fatta, che la verità si saprà… al contrario c’è la percezione molto forte che il popolo debba essere manipolato e sfruttato ancora e ancora, sempre per promuovere il male assoluto…

4d
Un iscritto

Credo che il filo rosso ,anzi nero ,che unisce tutte queste vicende sia diventato un grosso gomitolo con poche persone in grado di srotolare e mettere in luce ,e che intanto continua a minare le basi della nostra società civile.

4d
Un iscritto

Ecco la differenza netta fra il giornalismo d'inchiesta di Luigi Grimaldi e l'infotainment rabberciato, sciatto, e manipolatore di stampa e televisione. Dato che ci viene estorto il canone Rai, sarebbe il caso di cominciare a pretendere che i professionisti ricoprano gli incarichi che meritano ricoprire ed i ronzini vadano a fare altro. Grazie.

4d
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