Cedrangolo e la “bufala giudiziaria” di Garlasco: quando la Cassazione processa i processi… o i colleghi?
Parole come macigni dell'ex Procuratore Generale della Cassazione a Zona Bianca di Luigi Grimaldi
A volte un magistrato decide di parlare chiaro, e le sue parole pesano come macigni. È successo nella trasmissione Zona Bianca su Rete 4, dove il sostituto procuratore generale Oscar Cedrangolo ha ricostruito per la prima volta pubblicamente la sua requisitoria nel processo Stasi.
L’incipit è devastante e chiarissimo:
«La Corte di Cassazione si occupa dei processi, non dei risultati delle indagini. Non condanna e non assolve gli imputati. Processa i processi».
Cedrangolo non usa giri di parole: la sentenza di Appello bis (17 dicembre 2014) conteneva elementi inventati, veri e propri innesti estranei alle prove. Una bufala giudiziaria. Quella sentenza andava annullata integralmente o, quantomeno, il processo andava ripetuto. Invece la Cassazione ha scelto una strada intermedia: ha “salvato” la condanna eliminando le parti più problematiche.
Perché? È questa la domanda che resta sospesa.
La scelta della Quinta Sezione
Il ricorso fu trattato dalla Quinta Sezione Penale (udienza 11-12 dicembre 2015, sentenza n. 25799/2016). Una sezione non immediatamente “naturale” per un omicidio volontario di questo profilo.
Uno dei due togati che avevano redatto la sentenza di Appello bis era Enrico Vittorio Stanislao Scarlini. Egli aveva partecipato come consigliere togato alla Corte d’Assise d’Appello che condannò Stasi a 16 anni. Poco dopo fu promosso Consigliere di Cassazione proprio nella Quinta Sezione (anche se non fece parte del collegio giudicante del dicembre 2015).
Scarlini aveva collaborato professionalmente per alcuni anni (principalmente tra il 2007/2008 e il 2011) con il presidente della Prima Corte d’Assise di Milano Luigi Domenico Cerqua, lavorando a latere in processi di alto profilo.
Ulteriori coincidenze note già dal 2007
Nelle intercettazioni effettuate dai Carabinieri nel 2007 (e da loro classificate come “irrilevanti” ai fini dell’inchiesta principale) emerge che Ermanno Cappa si era attivato per tutelare la famiglia dalle attenzioni della stampa.
In particolare, il 22 agosto 2007 — a soli nove giorni dall’omicidio di Chiara Poggi — la figlia Stefania Cappa, parlando al telefono con un amico (Mattia), commentava un articolo apparso sul Corriere della Sera e riferiva, quasi di passaggio, che suo padre Ermanno aveva contattato l’on. Giuliano Pisapia (futuro sindaco di Milano) e Luigi Domenico Cerqua, presidente di sezione della Corte d’Appello di Milano, proprio per proteggere lei, la sorella Paola e più in generale la famiglia dalle attenzioni morbose della stampa.
Lo stesso Cerqua aveva in precedenza pubblicato un libro a doppia firma con Ermanno Cappa, edito dall’associazione di cui Cappa era presidente, e risultava tutor di Stefania Cappa nella preparazione di un esame universitario in giurisprudenza.
Si tratta di fatti noti e documentati già dal 2007. Non significano necessariamente una mancanza di serenità di giudizio, ma evidenziano quanto fosse ristretto e interconnesso quel certo ambiente giudiziario-mediatico che ha ruotato intorno al caso Garlasco. In un procedimento di tale delicatezza e visibilità, nel 2014 come nel 2015, sarebbe stato opportuno prestare maggiore attenzione a evitare anche solo l’apparenza di queste sovrapposizioni.
Un meccanismo che “aggiusta” invece di annullare
Invece di cassare una sentenza viziata da elementi inventati, la Corte ha operato una bonifica chirurgica. Una soluzione pragmatica, forse, ma che lascia aperta una ferita: un imputato è stato condannato in via definitiva sulla base di un impianto che lo stesso PG requirente ha definito gravemente compromesso.
Questo meccanismo ricorda altri casi controversi: si preferisce “mettere un mattone” sul fascicolo piuttosto che ammettere che qualcosa non ha funzionato. La giustizia italiana garantisce il diritto alla revisione proprio perché l’omicidio è imprescrittibile. Usarlo non è un segno di debolezza del sistema: è il segno della sua maturità.
Le parole di Cedrangolo non sono una difesa d’ufficio. Sono la testimonianza interna di un magistrato che ha visto da vicino i meccanismi della macchina e ha scelto di dire che, su quel processo, qualcosa non ha funzionato come doveva.
La domanda resta semplice e drammatica: perché una sentenza definita “bufala” non è stata annullata del tutto? E perché proprio quella sezione, in quel contesto di relazioni professionali note da anni?
La giustizia deve apparire — e soprattutto essere — al di sopra di ogni sospetto, chi potrebbe non essere d’accordo con questo assunto?. Trasparenza e attenzione scrupolosa nell’evitare anche solo l’apparenza di coincidenze sono l’unico modo per mantenere la fiducia dei cittadini.
Commenti
Il lavoro del Dott. Luigi Grimaldi è un encomiabile, un vero servizio civile, contributo importante alla civiltà di un Paese.
Tutto questo è deprimente ma, allo stesso tempo, ha finalmente risvegliato le coscienze!
Sante parole