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Garlasco «Il comportamento di Alberto Stasi dopo la scoperta del corpo non è un indizio di colpevolezza»

Intervista esclusiva al criminologo e psicologo forense Marco Strano di Luigi Grimaldi

Garlasco «Il comportamento di Alberto Stasi dopo la scoperta del corpo non è un indizio di colpevolezza»
Garlasco «Il comportamento di Alberto Stasi dopo la scoperta del corpo non è un indizio di colpevolezza» Luigi Grimaldi


A quasi vent’anni dal delitto di Chiara Poggi, il caso Garlasco resta uno dei più controversi della cronaca italiana. Il Dott. Marco Strano, criminologo e psicologo forense, ex Dirigente Psicologo della Polizia di Stato, consulente internazionale e unico membro italiano della Vidocq Society di Philadelphia, ha pubblicato un’analisi approfondita su uno degli elementi più controversi del caso: il comportamento di Alberto Stasi dopo la scoperta del corpo esanime di Chiara Poggi.

Dott. Strano, nella sentenza di condanna di Alberto Stasi il suo comportamento subito dopo aver trovato il corpo di Chiara Poggi viene considerato “anomalo” e uno degli indizi più pesanti di colpevolezza. Qual è la sua analisi?


«I giudici sottolineano che Stasi, dopo aver trovato Chiara riversa in fondo alle scale, non si è precipitato accanto a lei, è uscito velocemente chiudendo il cancello, è salito in macchina andando in caserma senza attendere i soccorsi e ha chiamato il 118 solo successivamente. Questo comportamento viene ritenuto incongruente e quindi sospetto.
Tuttavia, non si può interpretare il comportamento di Stasi senza tenere conto dello shock traumatico vissuto. Entrare in una casa e trovare un lago di sangue e il corpo della propria fidanzata uccisa provoca una massiccia produzione di adrenalina, catecolamine e cortisolo. Questi ormoni modificano profondamente i processi di pensiero, percezione, comunicazione e memoria.»

Questa premessa è fondamentale. Strano sposta il focus dalla lettura “probabilistica” dei giudici a una lettura scientifica supportata dalla psicologia del trauma.

I Carabinieri che lo videro in caserma lo descrissero come tachicardico, pallido, tremante e in preda al panico. Come incide questo sullo scenario?


«Stasi mostrava chiaramente la sintomatologia fisica dello shock da trauma. Non è necessario essere psicologi per capire che chi scopre il cadavere della fidanzata subisce un trauma grave. Eppure la sentenza sembra basarsi sul teorema “io al suo posto non mi sarei comportato così, quindi mente”.
Lo stress acuto può attivare meccanismi di difesa come la negazione, la rimozione e l’istinto di conservazione (fuga da un luogo potenzialmente pericoloso). La paura che l’assassino fosse ancora presente può aver prevalso sull’impulso affettivo.»

In sostanza ci sarebbe stato un errore classico nei processi: giudicare le reazioni umane secondo uno standard “normale” ignorando gli effetti documentati dello stress estremo.

La telefonata al 118 è stata spesso citata come indizio di colpevolezza. Cosa emerge dall’analisi psicologica di quella chiamata?


«Nella telefonata Stasi dice frasi come “credo abbiano ucciso una persona, non sono sicuro, forse è viva”, definisce Chiara “una persona” e poi “sdraiata per terra”, non ricorda con certezza il numero civico e appare con tono di voce scarsamente modulato, senza piangere.
Questi elementi sono spiegabili con meccanismi di negazione e distacco emotivo tipici del disturbo da stress acuto. La mente, per proteggersi da un dolore insostenibile, “scollega” le emozioni (numbing), usa termini generici e può presentare derealizzazione o depersonalizzazione. Non piangere o apparire “freddo” non è prova di cinismo, ma una comune reazione di difesa.»

L’analisi della telefonata al 118 è uno dei punti più forti dello studio pubblicato. Strano dimostra come ciò che i giudici hanno letto come “freddezza calcolata” sia invece coerente con una reazione traumatica.

Alcuni opinionisti citano studi americani sulle chiamate al 911 per sostenere che la telefonata di Stasi sia sospetta. Cosa ne pensa?


«Quegli studi sono spesso fraintesi. Servono a orientare le indagini fornendo indicazioni statistiche di “maggiore attenzione”, non a dimostrare la colpevolezza certa. Hanno limiti metodologici importanti e non possono essere usati come prova in un processo.
Inoltre, molti simulatori di scoperta del cadavere inscenano proprio il contrario: enfasi, angoscia e disperazione. Quindi anche una chiamata “perfetta” non sarebbe decisiva.»

Strano smonta con rigore scientifico uno degli argomenti più usati contro Stasi, evidenziando la differenza tra supporto investigativo e prova giudiziaria.

Nelle testimonianze di Stasi, secondo note interpretazioni, ci sarebbero alcune incongruenze (ad esempio su cosa ha visto del viso di Chiara). Come le spiega?


«Sotto stress acuto la memoria può subire alterazioni gravi: distorsioni (ricordare cose mai avvenute), lacune o difficoltà a ricostruire cronologicamente gli eventi. Studi come quelli di Seymour Epstein mostrano che questo avviene in oltre il 60% dei casi di trauma intenso.
Chi non dice la verità non sempre sta mentendo: può essere in buona fede ma condizionato dal trauma.»

In Conclusione?


«Inserire nel dispositivo di condanna comportamenti “anomali” senza considerare gli effetti scientificamente accertati dello stress acuto costituisce uno degli aspetti meno ancorati alla realtà del comportamento umano. La psicologia contemporanea ci offre strumenti per comprendere queste reazioni, ma evidentemente non tutti li hanno considerati.»




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Luigi Grimaldi

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Commenti

Un iscritto

Ottima analisi di Marco Strano. Cose ovvie, ma utili per contrastare una certa divulgazione ignorante ancora veicolata.
Vorrei aggiungere una piccola osservazione per coloro che si sono stupiti che al telefono Alberto avesse detto che “forse hanno ucciso una PERSONA", piuttosto che “una ragazza” o “la mia fidanzata”. Credo che in reazione all’adrenalina che gli scorreva in corpo, Alberto abbia tentato di formulare la segnalazione di ciò che aveva appena visto nel modo più possibile obiettivo e lucido, in altri termini, impersonale.
Ma quante volte, nel suo linguaggio abituale, quando vuole essere impersonale, Stasi usa il termine "persona"?
Nell’intervista ad Alberto Stasi della trasmissione Matrix del 2010, dopo la prima assoluzione, ALBERTO RIPETE IL TERMINE “PERSONA” BEN 10 VOLTE IN 1 MINUTO E MEZZO! (canale YT velluto blu, dal minuto 2.38 al minuto 4.00). Ecco la trascrizione.
Intervistatore (dopo introduzione): “Cosa vuoi che la gente a casa sappia di te?”
Alberto: “Ringrazio della domanda perché mi è stata fatta tante volte e quindi ci tengo a spiegare che non ho mai parlato prima perché non ho mai voluto influenzare le PERSONE con la stampa, la televisione, della mia innocenza. Non ho mai sentito l’esigenza di convincerle che ero innocente andando in televisione o parlando sui giornali.
Ho sempre pensato che la mia innocenza era tale, doveva essere acclarata da un giudice. E adesso che sono stato assolto, che le motivazioni sono state pubblicate, vorrei sensibilizzare le PERSONE, vorrei cercare che capissero come si può sentire una PERSONA come me, giovane, che viene accusata di aver ucciso un’altra PERSONA, che viene accusata ingiustamente di aver fatto del male a una PERSONA cara. E quindi vorrei davvero che le PERSONE capissero tutto questo”.
Intervistatore: “C’è un tuo desiderio di strillare “sono innocente” aldilà della sentenza?
Alberto: “Vorrei anche che le PERSONE cercassero che tutto ciò non accada più a nessun’altro…
Intervistatore: “…di essere accusato ingiustamente?”
Alberto: ”…di essere accusato ingiustamente e di essere accusato ingiustamente di aver fatto del male a una PERSONA cara, perché è una cosa aggiuntiva. Tante PERSONE purtroppo vengono accusate ingiustamente, ma a volte vengono accusate ingiustamente di aver fatto del male a una PERSONA che si ama, e questo crea ancora più dolore.”

Mi sembra chiaro che Stasi per carattere nutre sempre la forte preoccupazione di non alterare o contaminare con le proprie emozioni “personali” il valore obiettivo di quanto afferma in termini di principi o dati di fatto, e tanto più questo deve averlo influenzato nel dare un grave allarme.
Inoltre usa il termine “PERSONA” spesso e ripetutamente, senza trovare facilmente sinonimi o equivalenti.
Questa tendenza psicologica e linguistica si conferma quando, in occasione dell’interrogatorio con Napoleone, Alberto viene informato che la traccia 33 appartiene a Sempio. Lui si fa sfuggire la constatazione che magari ai tempi del processo lo si fosse saputo.
Immediatamente dopo si è corretto, chiedendo scusa imbarazzato e dicendo che “E’ un fatto personale”, come se il suo forte interessamento ad un indizio del genere potesse ridurre l’obiettività (impersonale) del dato scientifico.

10h
Un iscritto

Io non sono nulla di ció che è il Dr. Strano.
Eppure tutte le sue considerazioni, benché senza un supporto scientifico, le ho fatte anch' io.

Mi meraviglio di chi non l' abbia capito (o non abbia voluto)

11h
Un iscritto

Ben venga lo studio del dott.Strano, laddove vi dovesse ancora essere bisogno di dimostrare l’innocenza di Stasi, anche se personalmente ciò che me ne ha dato contezza è stato lo stesso Alberto con le sue parole sia al suo processo che nelle interviste delle Iene che distano anni luce da quelle del nuovo indagato per intenti, credenze,aspettative , lucidità, intelligenza, consapevolezza… a fronte di ragionamenti oscuri, contorti, sadici, predatori, sprezzanti, offensivi, violenti, misogini, machisti, devianti, perversi, ossessivi… quali dubbi si possono avere?

1d
Un iscritto

Concordo pienamente in tutto quello che Lei ha scritto.

1d
Un iscritto

❤️❤️❤️❤️❤️❤️❤️

1d
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