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Due colpevoli per un delitto: il caso Monica Busetto e la malagiustizia italiana

di Maria Conversano per Grimaldipress

Due colpevoli per un delitto: il caso Monica Busetto e la malagiustizia italiana
Due colpevoli per un delitto: il caso Monica Busetto e la malagiustizia italiana Luigi Grimaldi

Esistono casi in cui la giustizia non solo sbaglia, ma si ostina a rimanere aggrappata al proprio errore. Il caso di Monica Busetto è uno di questi. Una storia che sembra uscita dal Codice Rocco del 1930 piuttosto che dal Codice di Procedura Penale del 1989: una donna condannata in base a indizi fragili, mentre la vera colpevole confessa (e ritratta più volte) senza che questo basti a rimettere in discussione la sentenza. (Link all’analisi integrale di Maria Conversano)

Mestre, 20 dicembre 2012: l’omicidio di Lida Taffi Pamio

Lida Taffi Pamio, 87 anni, viene trovata morta nel suo appartamento a Mestre, massacrata con due coltelli, strangolata con un cavo elettrico e colpita con uno schiaccianoci. Nessun segno di scasso: la donna aveva aperto la porta al suo assassino.

La scena viene depistata per farla sembrare una rapina, ma in casa non manca praticamente nulla. L’unico oggetto sottratto è una catenina d’oro con fede nuziale e medaglietta. Sul luogo del delitto viene trovata un’impronta di scarpa femminile (36-37) e una goccia di sangue misto a sudore di una donna ignota su un interruttore.

L’indagata numero uno: Monica Busetto

Le indagini si concentrano rapidamente su Monica Busetto, dirimpettaia di Lida. Single, operatrice sociosanitaria, donna riservata e maniaca dell’ordine. Tra lei e la vittima c’era stato un piccolo litigio per alcune piante di stelle di Natale sul ballatoio.

Le prove contro di lei?

  • Una conversazione intercettata in cui esprimeva rancore verso Lida, definendola “usuraia”.

  • Una catenina d’oro trovata in casa sua (che Monica dice appartenere alla sorella).

  • La perizia successiva (fatta a Roma dopo un primo esame negativo a Venezia) che rileva tracce di DNA mitocondriale di Lida sulla catenina.

Nel dicembre 2014 Monica viene condannata a 23 anni (poi diventati 26) in un processo quasi esclusivamente indiziario. Nessuna impronta digitale, nessuna traccia biologica diretta che la colleghi in modo inequivocabile alla scena del crimine.

Il colpo di scena: il secondo omicidio

Nel dicembre 2015 un’altra anziana, Francesca Vianello, viene uccisa nella stessa zona con modalità simili. Le indagini portano a Susanna Lazzarini (detta Milly), ludopatica, che confessa l’omicidio di Francesca.

Quando finisce nella stessa cella di Monica Busetto alla Giudecca, emerge un legame indiretto: entrambe conoscevano una certa Ninfa Bellìo, comune amica delle due vittime. Il DNA femminile trovato sulla scena dell’omicidio di Lida corrisponde a quello di Susanna Lazzarini.

Susanna confessa inizialmente di aver ucciso da sola Lida Taffi Pamio. Monica viene scarcerata. Ma dopo pochi mesi la Lazzarini ritratta e inizia una serie di versioni contraddittorie e fantasiose: prima dice di essersi “accollata” l’omicidio in cambio di soldi, poi sostiene di aver aiutato Monica “vestita da chirurgo”, poi ancora di essere stata minacciata, e così via.

Nonostante queste versioni inverosimili e l’assenza di qualsiasi prova di un rapporto preesistente tra le due donne, la magistratura veneziana decide di riportare Monica in carcere, negando la revisione del processo.

L’analogia con il caso Garlasco

Questo accanimento ricorda fortemente il caso di Alberto Stasi e l’omicidio di Chiara Poggi a Garlasco. Anche lì:

  • Una condanna basata su indizi e perizie controverse.

  • Una resistenza ostinata a nuove richieste di revisione nonostante dubbi sempre più consistenti.

  • La volontà di “chiudere” il caso sotto un mattone piuttosto che ammettere possibili errori giudiziari.

In entrambi i casi emerge la stessa logica: meglio due colpevoli (o un innocente in carcere) piuttosto che riconoscere che l’indagine ha preso la strada sbagliata. Come se l’omicidio, reato imprescrittibile, giustificasse anche l’imprescrittibilità dell’errore giudiziario.

Le criticità del caso Busetto

  • La catenina presenta solo DNA mitocondriale in tracce minime: elemento compatibile con contaminazione durante i trasferimenti tra laboratori (Venezia → Roma).

  • Nessuna prova di frequentazione tra Monica e Susanna prima del carcere.

  • Versioni della Lazzarini palesemente incoerenti e mai supportate da riscontri oggettivi.

  • Assenza di guanti o altri elementi materiali che colleghino Monica alla dinamica omicidiaria.

Eppure, nonostante tutto questo, la revisione continua a essere negata.

Conclusione

Il caso Monica Busetto non è solo la storia di un possibile errore giudiziario. È la dimostrazione di come il sistema possa trasformarsi in una macchina che, una volta avviata, fa fatica ad ammettere i propri fallimenti. La giustizia italiana e quella europea riconoscono il diritto alla revisione proprio perché l’errore è umano. Negarlo con ostinazione, soprattutto quando emergono elementi nuovi così rilevanti, non è solo un’ingiustizia verso la singola persona: è un vulnus allo Stato di Diritto.

Monica Busetto continua a scontare una pena da innocente. Susanna Lazzarini, la donna che ha confessato entrambi gli omicidi (per poi ritrattare), resta in carcere. Due donne, un solo delitto, e una verità che la giustizia sembra non voler ancora cercare fino in fondo.





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Luigi Grimaldi

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Commenti

Un iscritto

Mi aggiungo...Assurdo anche questo caso, anche qui il pm dovrà pagare.

1h
Un iscritto

A S S U R D O
senza parole

1h
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