Garlasco: da Sasha Pinna e Michele Bertani al caso Giovanni Ferri
Le morti dimenticate e i fili mai seguiti - di Luigi Grimaldi
Nuovi interrogativi intorno al delitto Poggi e alla figura di Andrea Sempio. Tra archiviazioni rapide, suicidi contestati, frequentazioni oscure e testimonianze mai approfondite, resta una domanda: qualcuno ha visto, saputo o capito qualcosa?
Il delitto di Garlasco continua a essere una vicenda nella quale ogni nuova rilettura degli atti, ogni documento riemerso, ogni intercettazione e ogni morte rimasta ai margini dell’indagine principale sembrano aprire più domande che risposte.
La condanna definitiva di Alberto Stasi per l’omicidio di Chiara Poggi ha chiuso un processo, ma non ha spento i dubbi. Negli ultimi anni l’attenzione si è concentrata anche su Andrea Sempio, amico del fratello di Chiara, oggi formalmente indagato nell’ambito della nuova fase investigativa.
Sempio, Bertani e Pinna: tre nomi, un legame da chiarire
Uno degli aspetti più delicati riguarda il rapporto tra Andrea Sempio, Michele Bertani e Sasha Pinna.
Sempio era stato indicato come amico di Michele Bertani. Bertani, a sua volta, era amico di Sasha Pinna. Il primo è oggi indagato nell’ambito del delitto Poggi; gli altri due sono morti, ufficialmente suicidi, rispettivamente nel 2016 e nel 2014.
Nelle intercettazioni ambientali a carico di Andrea Sempio durante le indagini del 2017, emergeva chiaramente il legame con Michele Bertani. Sempio lo descriveva così:
«Un grande amico, davvero un grande amico. Siamo cresciuti assieme. Da 0 a 18 anni tutte le cazzate le abbiamo fatte assieme, tutte le cose le abbiamo fatte assieme, ci vedevamo tutti i giorni. Poi un anno fa si è impiccato Michele».
Un’amicizia profonda, dunque. Eppure quel legame non sarebbe stato valorizzato investigativamente come avrebbe meritato.
Un documento acquisito agli atti nel 2025 consente di aggiungere un tassello rilevante. Il 26 giugno 2025, presso il Comando Provinciale dei Carabinieri di Milano, viene sentito come persona informata sui fatti Massimo Bertani, padre di Michele, nell’ambito del procedimento 642/25 RGNR della Procura di Pavia.
Prima di rispondere alle domande, Bertani consegna spontaneamente agli investigatori diverso materiale appartenuto al figlio: un block notes arancione con pagine manoscritte attribuite a Michele, una copertina plastificata del Liceo Cairoli di Vigevano con appunti e numeri di telefono, il curriculum vitae, documenti sanitari, alcuni testi musicali del gruppo Invers, un computer portatile Toshiba e due telefoni cellulari Nokia privi di scheda Sim.
Alla domanda:
«Lei è in grado di indicare chi erano gli amici di Michele con il quale lui aveva rapporti più stretti?»
Massimo Bertani risponde:
«Sono sicuro che tra i suoi amici più stretti, in un periodo molto lontano dal suicidio, soprattutto durante l’adolescenza, vi erano Sasha, di cui non ricordo il nome, e Sempio Andrea. Non saprei indicare altri nomi. Anche Mattia Capra, che mi pare sia mancato anche lui suicida, è un nome che mi viene in mente pensando alle frequentazioni di Michele».
È un passaggio significativo: conferma da fonte familiare un nucleo di frequentazioni adolescenziali che comprendeva Michele Bertani, Sasha Pinna e Andrea Sempio. A questi si aggiunge il nome di Mattia Capra, indicato come ulteriore conoscenza.
Lo stesso Massimo Bertani precisa però che il rapporto tra Michele e Andrea Sempio andrebbe collocato soprattutto nel periodo dell’infanzia e delle scuole medie.
«Sicuramente fino alle scuole medie. Oltre no». E ancora: Sempio «sicuramente sì, da bambino» era stato a casa loro, ma mai in vacanza con la famiglia.
Il documento conferma l’esistenza di un legame giovanile, ma è in contraddizione con il monolo di Sempio, collocando la frequestazione a un periodo precedente. Infatti sul periodo 2007-2008 – quello del delitto Poggi – il padre afferma di non conoscere nel dettaglio le reali abitudini e frequentazioni del figlio, perché in quei mesi non viveva la sua quotidianità.
Un tassello utile per ricostruire un ambiente giovanile che gli investigatori hanno ritenuto meritevole di approfondimento nel 2025.
I messaggi di Sasha Pinna prima della morte
Sasha Pinna muore nel 2014. Il giorno precedente pubblica su Facebook due post con testi tratti da canzoni rap.
Il primo contiene versi che sembrano parlare di una separazione tra due ragazzi cresciuti insieme, uno rimasto nella strada della violenza e della droga, l’altro intenzionato a cambiare percorso:
«Siamo cresciuti male insieme fra cartine e tesse.
Tu sei rimasto per strada.
Io ho continuato a crescere.
Parlavi una volta sola, dopo era sangue che gola.
L’ambiente non lascia scelta fra e tu hai scelto la pistola».
Il secondo post richiama una canzone dal titolo particolarmente significativo:
«Il diavolo non esiste». Il messaggio conclusivo attribuito a Sasha è netto: «Il diavolo non esiste, ciao».
Il giorno dopo, Sasha muore.
È solo suggestione? È un addio criptico? È il segno di un cambiamento personale? O è il tentativo di prendere le distanze da un ambiente pericoloso? Domande che non avrebbero ricevuto adeguata attenzione.
Michele Bertani e il codice del cambiamento
Anche Michele Bertani, morto nel 2016, avrebbe lasciato sui social messaggi che meritavano un approfondimento.
Il 19 gennaio 2016, sul profilo Facebook dove si faceva chiamare Mem He Shin, pubblica questa frase (citazione di una canzone dei Club Dogo):
«La Verità Sta Nelle CoSe Che NeSSuno sa!!! la Verità nessuno mai te la racconterà…»
Il 14 gennaio aveva invece pubblicato un link a una canzone intitolata «Psychokiller», accompagnandolo con due messaggi. Il primo:
«È l’evoluzione baby. Non è roba da ragazzi». A questo associa un codice numerico binario: «0101 10».
Secondo la lettura proposta, quel codice binario rimanderebbe al numero 90. Un elemento collegato al nickname Mem He Shin, composto da tre lettere ebraiche con possibili significati simbolici e cabalistici. Nell’alfabeto ebraico, al numero 90 corrisponderebbe la lettera Zade (o Tzadi), interpretata come simbolo di cambiamento, presa di distanza, bivio spirituale, trasformazione radicale.
Il parallelismo con Sasha Pinna è evidente: entrambi, prima della morte, avrebbero lasciato messaggi interpretabili come segnali di distacco da un certo mondo. Sasha scrive idealmente «ciao» al «diavolo». Michele parla di «evoluzione» e cambiamento, e scrive che «la verità nessuno mai te la racconterà».
Due giovani, due morti classificate come suicidi, due percorsi social che sembrano suggerire una rottura con qualcosa insieme al quale erano cresciuti.
Il verbale del padre di Michele permette di tratteggiare la figura con maggiore accuratezza, evitando letture schematiche. Secondo Massimo Bertani, i problemi del figlio sarebbero iniziati intorno al 2003, in concomitanza con la crisi familiare. Già nella seconda parte delle superiori Michele avrebbe fatto uso di sostanze stupefacenti. Si diploma nell’estate del 2007 – lo stesso periodo del delitto Poggi – ma il padre non conosce le sue abitudini di quei mesi.
Dopo le superiori cambia diverse abitazioni. Tra novembre e dicembre 2015, dopo la fine di una relazione, torna a vivere con la madre a Garlasco. A questo punto i rapporti familiari e lla stabilità del ragazzo precipitano in modo drammatico. Segue un percorso al SERT. Fino alla morte resta in uno stato depressivo, confidando al padre di sentirsi «un peso per la famiglia» e di essersi reso conto «di tutto il tempo che aveva perso».
Alla fine del 2015 si avvicina allo studio della religione ebraica e della «genesi umana». Durante il ricovero in psichiatria, nell’ora d’aria, avrebbe addirittura chiesto al padre di fare la comunione, circostanza che a Massimo Bertani rimase impressa perché Michele non frequentava una chiesa da anni. Un dettaglio che si collega direttamente ai riferimenti simbolici e cabalistici già emersi nei post e nel nickname Mem He Shin e in alcune fotografie pubblicate dal ragazzo sul suo profilo Facebook negli ultimi mesi.
Le «brutte compagnie» e l’SMS sull’inseguimento
Il padre di Sasha Pinna aveva riferito ai carabinieri che il figlio, negli ultimi tempi, aveva iniziato a frequentare «brutte compagnie». Aveva anche raccontato che Sasha era stato denunciato per spaccio di droga.
Un’informazione che assume un altro peso se collegata a un SMS ricevuto da Sasha poco prima della morte. Nel messaggio, inviato dalla fidanzata Michela, si legge:
«Ti amo Fufi. Comunque ho bisogno di mia nonna, devo parlare da sola e ho mezz’oretta. Le parlo dell’inseguimento e le accenno le cose».
Un «inseguimento» a poche ore dalla morte dell’inseguito. Un dettaglio enorme, almeno sul piano investigativo. Eppure i carabinieri non avrebbero posto domande adeguate su quel punto.
Yasmine Bellardino e l’operazione Monopoli
Nel racconto compare poi un altro nome: Yasmine Bellardino, ex fidanzata di Sasha Pinna.
È importante precisarlo subito: non emergono elementi che colleghino Yasmine Bellardino alla morte di Sasha, a quella di Michele Bertani o al delitto di Chiara Poggi. Il suo nome viene citato perché presente in un contesto relazionale e perché successivamente finito in vicende giudiziarie diverse.
Nel 2013, in un post Facebook di Sasha Pinna, compare Yasmine insieme a Michele Bertani. Il post riguarda apparentemente un concerto del rapper No Narcos. Yasmine risultava iscritta a Facebook con il nome «Yasmin 666», riferimento che potrebbe essere casuale, ma che viene accostato al tema del satanismo evocato in altri passaggi della ricostruzione.
Il nome di Yasmine Bellardino compare poi nelle cronache per l’operazione Monopoli, un’indagine del 2018 che le costò una condanna a un anno e sei mesi con la condizionale. Condanne più pesanti furono inflitte alla madre, Carmen Scaffini, e al marito di quest’ultima, Domenico D’Attola, indicato come il capo del gruppo familiare.
Secondo le cronache dell’epoca, l’operazione Monopoli mise in luce attività legate a droga, estorsioni, prestanome, ristoranti e spedizioni punitive. Il procuratore di Alessandria descrisse la vicenda come situata «a confine fra la criminalità ordinaria e quella organizzata».
Il passaggio diventa ancora più delicato quando viene ricordato che Domenico Dattola sarebbe figlio naturale di Antonio Maiolo, soggetto che in un successivo procedimento la Cassazione avrebbe inquadrato come elemento di vertice di un’associazione di stampo mafioso operante nel Basso Piemonte e collegata alla ’ndrangheta calabrese.
Non vi è, sulla base di quanto riportato, un collegamento diretto dimostrato tra queste vicende criminali e il delitto Poggi. Ma il punto sollevato è un altro: nel periodo 2014-2017, quando muoiono Sasha Pinna e Michele Bertani, queste connessioni territoriali e familiari potevano essere note o comunque meritevoli di approfondimento.
Giovanni Ferri, l’anziano vicino dei Sempio trovato morto nel 2010
Alla catena di morti misteriose viene aggiunto anche il nome di Giovanni Ferri, 88 anni, ex meccanico di Garlasco.
Ferri viveva con la moglie in via De Amicis 19. La mattina del 22 novembre 2010 (alcune ricostruzioni indicano il 23), come ogni giorno, esce intorno alle 9.30 per andare al Bar Jolly, in Largo Primo Maggio. Una passeggiata abituale, quasi un rito: caffè, giornale, due ore al mattino e altrettante al pomeriggio.
Quel giorno, però, Ferri non torna a casa.
Viene ritrovato morto in un piccolo pertugio tra due muri in via Mulino, con gola e polsi tagliati. La morte viene archiviata come suicidio, con ferite considerate autoinferte.
Ma anche in questo caso restano aperti diversi interrogativi. Perché un uomo di 88 anni, descritto come sereno e abitudinario, avrebbe scelto una modalità tanto cruenta? Perché si sarebbe infilato in un anfratto difficilissimo da raggiungere? Perché avrebbe percorso una strada che, secondo la moglie, non faceva mai? E soprattutto: poteva aver visto qualcosa?
La moglie di Ferri: «Non ho mai creduto al suicidio»
In un’intervista esclusiva a Mattino 5, raccolta dall’inviato Emanuele Canta (aprile 2026), la moglie di Giovanni Ferri ha rotto un lungo silenzio di sedici anni.
Le sue parole sono nette:
«Non ho mai creduto all’ipotesi del suicidio».
La donna descrive il marito come tranquillo, sereno, senza segni di depressione o problemi psicologici. «Me ne sarei accorta».
Contesta anche la dinamica:
«Io penso che sia difficile che una persona possa tagliarsi in una volta sola i polsi e la gola. Questo me l’ha detto anche il medico».
Sull’arma emergono versioni poco chiare. In casa non mancava nulla, nemmeno un coltello. Inizialmente le sarebbe stato detto che il marito non aveva nulla con sé, salvo poi sentir parlare della presenza di un coltello.
Anche il luogo del ritrovamento la convince poco. L’anfratto sarebbe stato difficilissimo da raggiungere e, soprattutto, Ferri non avrebbe mai percorso quella strada per andare al bar o tornare a casa. Faceva sempre via De Amicis fino alla rotonda.
«Mio marito non passava mai per quella strada».
La donna racconta di non essere stata più sentita dagli investigatori dopo la comunicazione della morte:
«Non ho saputo più niente e nessuno mi ha fatto più delle domande».
«Mi aspettavo che investigassero sul motivo. Invece è stato tutto chiuso lì, come se volessero chiudere in fretta».
Ferri poteva aver visto qualcosa?
Il collegamento tra Giovanni Ferri e il delitto di Garlasco nasce da una questione geografica.
La casa di Ferri, in via De Amicis, aveva finestre sul retro che guardavano verso garage e ingresso di servizio di una palazzina di via Rossini. Nel 2007 quella palazzina era l’abitazione della famiglia Sempio.
Inoltre, il percorso quotidiano di Ferri verso il Bar Jolly poteva intersecare, in via Mulino, una possibile traiettoria di spostamento di chi, dalla villetta di Chiara Poggi, si fosse diretto verso casa Sempio o verso altre abitazioni indicate in alcune testimonianze poi controverse.
Qui siamo nel campo delle ipotesi. Mancano dati fondamentali. Non sappiamo se il 13 agosto 2007, giorno dell’omicidio di Chiara Poggi, Ferri fosse effettivamente a Garlasco. Non sappiamo se andò al bar quella mattina. Non sappiamo nemmeno se il bar fosse aperto o chiuso per ferie.
Ma la domanda rimane: se Ferri avesse visto qualcosa, qualcuno lo sapeva?
La moglie, nell’intervista, riferisce che all’epoca qualcuno le accennò a possibili questioni di droga: forse il marito aveva visto qualcosa al bar, qualche scambio di soldi, oppure aveva sentito qualcosa.
Nulla di accertato. Ma anche nulla, a quanto pare, investigato davvero in profondità.
Garlasco, una lunga ombra
Il quadro complessivo è inquietante.
Chiara Poggi viene uccisa nel 2007.
Giovanni Ferri muore nel 2010.
Sasha Pinna muore nel 2014.
Michele Bertani muore nel 2016.
Tutte vicende diverse, tutte formalmente incasellate in percorsi giudiziari o investigativi differenti. Eppure, secondo questa ricostruzione, ci sono fili che sembrano sfiorarsi: amicizie, luoghi, percorsi, social network, messaggi criptici, droga, ambienti criminali, segnali di satanismo, archiviazioni troppo rapide e indagini superficiali su fatti che nel 2017 avrebbero dovuto essere approfonditi perché tutti, in un modo o nell’altro contermini alla figura di Andrea Sempio.
Droga, sette sataniche fai da te, pedofilia, omicidi irrisolti, violenza giovanile greatuita: sarebbero proprio questi alcuni dei temi contenuti nella famosa chiavetta USB di Chiara Poggi. Argomenti che sembrano rispecchiare, come se la ragazza avesse raccolto un piccolo dossier, gli interessi che muovevano letture, scritti e fantasie di Sempio.
E allora la domanda torna inevitabile: Chiara aveva visto, capito o saputo qualcosa che non doveva sapere?
Conclusione: non servono suggestioni, servono risposte
Il rischio, in vicende come questa, è quello di perdersi nelle suggestioni. Ma il punto non è trasformare ogni coincidenza in una prova. Il punto è chiedersi se certe coincidenze siano state davvero verificate.
Il legame tra Sempio e Michele Bertani è stato approfondito fino in fondo?
La morte di Bertani è stata riletta alla luce dei suoi messaggi (compresa la frase «la Verità nessuno mai te la racconterà») e del verbale del padre?
La morte di Sasha Pinna è stata indagata considerando le «brutte compagnie», l’SMS sull’inseguimento e il suo contesto relazionale?
Il caso Giovanni Ferri è stato liquidato troppo in fretta come suicidio?
E la sua possibile posizione di testimone indiretto rispetto ai movimenti del 13 agosto 2007 è stata mai verificata?
Non ci sono, allo stato, risposte definitive. Ci sono però molti interrogativi rimasti sospesi.
E in una vicenda come Garlasco, dove la verità giudiziaria convive da anni con zone d’ombra mai dissolte, il compito dell’informazione non è emettere sentenze parallele. È continuare a fare domande.
Perché dietro ogni archiviazione rapida, ogni suicidio contestato, ogni testimonianza lasciata ai margini, potrebbe esserci solo una coincidenza.
Oppure un pezzo di verità che nessuno ha voluto guardare abbastanza a lungo.
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Categoria
Cronaca / Inchieste / Giustizia
Commenti
Un vero giallo su cui sarebbe ora di porre la parola fine, ma non lasciandolo irrisolto.
Come nelle scatole cinesi, non si può aprire prima l’ultima. La Procura deve necessariamente aprire la prima, per trovare la chiave della successiva.
Un ottimo spunto di riflessione
Conosco bene la sequenza di queste morti strane cui non è mai seguita alcuna indagine, sempre di più paiono meno strane e fra loro collegate 😳
La seconda, accendo la seconda.