Grimaldipress

Garlasco non è (solo) un delitto. È lo specchio di come si schiacciano i non potenti

Non c'è curiosità o voyeurismo. È una forma di rivolta per il tradimento dei diritti. E i diritti traditi sono tanti. Di Luigi Grimaldi

Garlasco non è (solo) un delitto. È lo specchio di come si schiacciano i non potenti
Garlasco non è (solo) un delitto. È lo specchio di come si schiacciano i non potenti Luigi Grimaldi

Mentre i trattori bloccano le autostrade e gli studenti riempiono le piazze, i TG e i talk restano inchiodati al Papa e a una villetta di provincia. Ma dietro quella copertura c’è qualcosa di più grande: gli stessi meccanismi che da anni decidono cosa merita attenzione e cosa no.

Negli ultimi giorni, sui social e nei commenti sotto i reels, si è riaffacciata una lamentela ricorrente: «Nei telegiornali si parla del Papa e di Garlasco, non delle proteste degli agricoltori né delle manifestazioni studentesche».

Da una parte ha ragione chi se ne lamenta. In queste settimane i trattori e i tir hanno presidiato caselli e strade – dalla Capitanata alla Calabria, fino alle porte di Roma – contro un caro gasolio che rende insostenibile produrre. Gli studenti, con il “No Meloni Day” del 16 ottobre, hanno riempito decine di piazze chiedendo scuole che non cadano a pezzi, meno spese militari e più futuro. Temi concreti, che toccano la vita quotidiana di migliaia di persone.

Eppure i palinsesti restano gravitanti attorno a due polarità: la salute del Papa Leone XIV dopo l’intervento al polmone e, soprattutto, il delitto di Garlasco.

Io sono d’accordo con la critica, ma per una ragione diversa da quella più comune.

Il problema non è che si parli di Garlasco. Il problema è come se ne parla.

Nella maggior parte dei casi il caso viene ridotto a “il delitto”, a un giallo da true crime, a un ping-pong tra colpevolisti e innocentisti, a dettagli cruenti o a indizi scientifici sventolati come verità assolute. Si banalizza. Si spezza il filo che collega quella villetta di provincia a qualcosa di molto più ampio e sistemico.

Garlasco, infatti, non è solo la storia di Chiara Poggi. È una rappresentazione – e non da ieri – di come in Italia si possa manipolare, omettere, tergiversare l’informazione a beneficio di chi detiene potere, di chi ha interessi, di chi è convinto di avere la verità in tasca e si sente in diritto di mettere qualcuno in carcere perché “fa comodo”.

Non è una questione di chi sia il colpevole. È una questione di come si costruisce la narrazione, di quali elementi vengono messi in luce e quali lasciati nell’ombra, di come prove scomode possano restare per anni fuori dai fascicoli, di come i media trasformino un procedimento giudiziario in un reality permanente che distrugge vite e reputazioni mentre consolida versioni comode.

C’è di più. L’estremo interesse, quasi militante, che oggi circonda la vicenda Garlasco non è solo curiosità o voyeurismo. È una forma di rivolta.

Una rivolta verso chi, per quasi vent’anni, ha gestito, oscurato, taciuto o disinformato su questo caso – e su altri – per ragioni di potere. C’era un monopolio. Una forma arrogante di potere che decideva cosa doveva essere detto e cosa doveva restare sepolto. Quel monopolio è stato sconfitto. Ma non per generosità del sistema. È stato sconfitto perché una Procura non ha voluto guardare altrove pur di evitare scomodi conflitti, e perché la gente comune, con i mezzi che aveva – social, chat, condivisione di documenti, ostinazione – ha protestato. Ha rifiutato di accettare la versione ufficiale come unica e definitiva.

Il caso Garlasco non è il caso Garlasco.

È un punto di rottura. In un’unica mossa ha messo sotto scacco le ambiguità con cui vengono strutturalmente gestite la giustizia e l’informazione: un’informazione troppo spesso ossequiente e pavida. Nato da un risveglio dello spirito etico, ha scosso – e sta scuotendo dall’interno – la magistratura, gli apparati investigativi, l’avvocatura. Ha sollevato un problema sociale enorme: la misura della distanza tra giustizia formale e giustizia sostanziale.

Quella distanza non è diversa, non è altra cosa rispetto ai temi di giustizia sociale che oggi stanno infiammando le piazze e mettendo in tensione il potere. Sono contraddizioni sacrosante. Derivano da un progressivo svuotamento dei principi basilari della nostra Costituzione e, più in profondità, dei diritti civili riconosciuti come garanzia fondamentale dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.

Pensa all’uguaglianza davanti alla legge (art. 3 Cost.): quando prove potenzialmente scagionanti restano fuori dai fascicoli per anni, o quando il processo mediatico condanna prima di quello giudiziario, l’uguaglianza diventa formalismo vuoto.
Pensa alla presunzione di innocenza (art. 27 Cost.): trasformata in sospetto permanente, in gogna televisiva e social, dove la persona è già “colpevole” fino a prova contraria – e a volte anche dopo.
Pensa al diritto di difesa (art. 24 Cost.): reso più difficile quando l’informazione selettiva e le omissioni costruiscono una narrazione dominante difficile da scalfire.
Pensa al diritto di informare e di essere informati (art. 21 Cost.): quando l’informazione diventa selettiva, ossequiente o pavida, e sceglie di oscurare o spettacolarizzare invece di restituire i fatti nella loro interezza, quel diritto viene svuotato.

Gli stessi diritti civili vengono traditi sul terreno sociale.
Il diritto al lavoro e alla dignità del lavoro (artt. 4 e 35 Cost.) si scontra con costi di produzione che rendono impossibile coltivare e trasportare senza perdere.
Il diritto all’istruzione (art. 34 Cost.) si scontra con scuole che cadono a pezzi, con affitti insostenibili per gli studenti fuori sede, con un sistema che di fatto seleziona chi può permettersi di studiare.
L’uguaglianza sostanziale (ancora art. 3 Cost.) – il dovere della Repubblica di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale – resta lettera morta mentre le disuguaglianze si allargano e le piazze vengono liquidate come “rumore”.

Quegli stessi meccanismi – selezione, omissione, orientamento, strumentalizzazione – sono quelli che “schiacciano” i non potenti. Gli agricoltori che denunciano costi di produzione insostenibili e prezzi di vendita al ribasso. Gli studenti che chiedono un sistema scolastico all’altezza e trovano invece tagli, edifici fatiscenti e un discorso pubblico che li riduce a “teppisti” quando alzano la voce.

Tutto è collegato.

Quando un caso giudiziario diventa spettacolo, quando la cronaca nera occupa ore e ore di trasmissione mentre le piazze reali restano ai margini, non è solo una scelta di ascolti. È un modo di governare l’attenzione collettiva. Di decidere cosa è “notizia” e cosa no. Di mantenere l’opinione pubblica concentrata su storie individuali (anche tragiche) piuttosto che sui meccanismi strutturali che producono ingiustizia, precarietà e silenzio.

È esattamente questo il cuore del libro che sto pubblicando, L’Innocente. Non un’ennesima ricostruzione su chi ha ucciso Chiara Poggi. Non un tifo da stadio. Ma un’indagine su come si possa piegare l’informazione, su come si possa costruire o demolire una verità processuale e mediatica a vantaggio di chi ha potere o crede di poterlo esercitare senza freni.

Perché conoscere e riconoscere quei meccanismi – la vera informazione, non quella filtrata e spettacolarizzata – è l’unica via.

La formazione, la capacità di leggere oltre il titolo, di chiedere i documenti, di non accontentarsi della versione dominante: questo è ciò che può sottrarre i non potenti alla logica dello schiacciamento.

Gli agricoltori sui trattori e gli studenti nelle piazze non stanno chiedendo solo misure economiche o scolastiche. Stanno chiedendo di essere ascoltati. Di non essere ridotti a rumore di fondo mentre i riflettori restano puntati altrove.

Garlasco, se letto nella sua profondità, non distoglie da quelle proteste. Le illumina. Mostra gli stessi strumenti – omissione, narrazione selettiva, potere di definire la realtà – che da tempo lavorano per mantenere le cose come stanno. E mostra anche che, quando la gente comune decide di non accettare più il monopolio della narrazione, qualcosa può incrinarsi.

Finché continueremo a parlare di Garlasco solo come “il delitto”, continueremo a perdere di vista la lezione più importante che quel caso ci offre: la politica non è solo nei talk show o nelle aule parlamentari. È anche (e forse soprattutto) nel modo in cui si decide cosa merita di essere raccontato, e come. È nella distanza tra ciò che la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e la nostra Costituzione scrivono e ciò che il sistema, giorno dopo giorno, pratica.

E su questo, nessuno – agricoltori, studenti, cittadini comuni – può permettersi di restare spettatore.


Iscriviti a "Grimaldipress" per ricevere aggiornamenti direttamente nella tua casella di posta
Luigi Grimaldi

Iscriviti a Luigi Grimaldi per reagire

Iscriviti

Commenti

Un iscritto

Spesso mi trovo a discutere con la mia famiglia proprio di questo. Io seguo le vicende legate all'omicidio di Chiara, e solo a questa vicenda di "crime" perché il genere non mi interessa, con grande stupore dei miei famigliari che mi prendono in giro battezzandomi come una "girasugo senza cervello". Come da Lei perfettamente esposto in questo caso ha grande importanza il raggiungimento della Verità, ma è tutto il corollario che circonda questo caso che meriterebbe grandi riflessioni. Qui si parla di diritti negati, di ostacolate la giustizia, di depistaggio, di disinformazione, di atti deliberati e pilotati, di collusione tra parti dello stato e politica e giornalismo. Questo è purtroppo lo specchio della nostra società. Una società dalla quale io vorrei scappare a gambe levate, perché non riesco a riconoscermi, e sono profondamente dispiaciuta da chi non riesce a vedere oltre il caso di cronaca nera. La stimo e la seguo

12m
Un iscritto

Se qualcuno non ha capito quanto è grave quello che è accaduto ( ed accade ancora) , è veramente sconfortante. Grazie per come interpreta sempre il mio pensiero, aggiungendo ragionamenti che da sola non saprei fare...

56m
Iscriviti a Grimaldipress per ricevere aggiornamenti direttamente nella tua casella di posta