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Garlasco: "Un sistema c’era ”. Parola di Sempio

Il Sistema Pavia nelle parole di Andrea dalla A alla Z di Luigi Grimaldi

Garlasco: "Un sistema c’era ”.
Parola di Sempio
Garlasco: "Un sistema c’era ”.
Parola di Sempio Luigi Grimaldi

“Se mi dai i soldi ti aiuto”, “la roba esce”, “se parlo viene giù tutto”: nelle intercettazioni e negli appunti sequestrati, Andrea Sempio e la sua famiglia raccontano il mondo di rapporti attorno all’archiviazione del 2017.

C’è una frase che più di tutte dà un nome al fantasma che attraversa le intercettazioni di Andrea Sempio e della sua famiglia. È una frase pronunciata, secondo quanto emerso, in una conversazione familiare intercettata il 27 settembre 2025, nell’ambito della nuova inchiesta sul delitto di Garlasco.

Sempio dice:

“Mi hanno detto che c’era un sistema: se mi dai i soldi ti aiuto.”

È una frase da maneggiare con cautela. Sempio non afferma, in quel passaggio, di aver pagato qualcuno. Non dimostra da sola che qualcuno abbia chiesto denaro. Non prova l’esistenza di una corruzione. Ma racconta qualcosa di decisivo: il modo in cui lui descrive, o dice di aver percepito, il funzionamento di una rete di rapporti attorno alla Procura di Pavia, ai carabinieri, agli avvocati e all’archiviazione della sua posizione nel 2017.

Il nome evocato in quel discorso è quello di Silvio Sapone, all’epoca responsabile della polizia giudiziaria della Procura di Pavia. Ma Sapone è solo uno dei nomi che ritornano nelle carte. Accanto a lui compaiono Giuseppe Spoto, Federico Soldani, Luciano Garofano, Mario Venditti, Gianluigi Tizzoni. Figure diverse, ruoli diversi, posizioni giudiziarie diverse: per Venditti, in particolare, va ricordato che la Procura di Brescia ha archiviato l’indagine per corruzione a suo carico. Ma nel racconto di Sempio quei nomi entrano comunque nella stessa costellazione di rapporti, sospetti, contatti e paure attorno all’archiviazione del 2017.

Una seconda frase, pronunciata da Andrea nel 2017, completa il quadro:

“In via ufficiosa lo scopriamo comunque perché la roba esce.”

Il “sistema Pavia”, nelle parole di Sempio, comincia qui: dalla convinzione che “la roba” — notizie, atti, informazioni — uscisse comunque. Prima, dopo, accanto ai canali ufficiali.


Il sistema, nelle sue parole

Il punto non è stabilire qui se il “sistema Pavia” esista come fatto giudiziariamente accertato. Il punto è un altro: Andrea Sempio lo racconta come tale.

Lo fa quando parla di soldi e aiuto. Lo fa quando descrive le informazioni che escono “in via ufficiosa”. Lo fa quando ragiona sui carabinieri. Lo fa quando richiama Sapone. Lo fa quando, secondo quanto riportato dal Tg1, dice:

“Se mi chiamano a parlare, io gli devo dire le cose come stanno. Quando gliele dico, viene giù tutto.”

E ancora:

“Viene giù tutto su quelli lì.”

Sono frasi che non provano da sole un illecito. Ma costruiscono una narrazione: Sempio sembra presentarsi come qualcuno che conosce fatti, contatti, telefonate, rapporti e forse dinamiche che, se spiegate agli inquirenti, potrebbero mettere in difficoltà altri soggetti.

Il lessico è significativo. Non parla sempre per nomi e cognomi. A volte usa formule allusive: “quelli lì”, “la famosa squadretta”, “uno di quelli”, “giri”. È un vocabolario informale, familiare, ma proprio per questo rivelatore del modo in cui Sempio legge l’ambiente che lo circonda.


Sapone, il nome dietro il “sistema”

Il nome più ricorrente, nel capitolo carabinieri, è quello di Silvio Sapone.

Secondo l’informativa, Sapone avrebbe negato di aver parlato con Andrea Sempio. Ma gli investigatori richiamano i tabulati: sul telefono di Sempio era salvata l’utenza di Sapone e risultano contatti telefonici, tentativi di chiamata e un SMS. Nell’analisi del telefono Samsung J5 di Andrea, usato dal 2017 al 2022, il numero di Sapone risulta salvato come “Sapone”. Quello di Giuseppe Spoto come “Maresciallo”.

Sempio, nelle intercettazioni, racconta anche che Sapone gli avrebbe chiesto di parlargli fuori dalla caserma. Un particolare che ritorna più volte e che, nel racconto dell’indagato, assume un valore preciso: non un contatto formale, ma una comunicazione laterale, fuori dal perimetro istituzionale.

In un’altra conversazione, riportata dal Tg1, Sempio avrebbe detto di Sapone:

“Ci aveva tutti dei giri.”

Anche questa frase è materiale da attribuire e contestualizzare. Non è una prova autonoma. Ma è utile per capire la rappresentazione che Sempio dà dell’ex carabiniere: non un singolo militare isolato, ma un uomo inserito, ai suoi occhi, in un reticolo di rapporti, conoscenze, attività, frequentazioni.

È dentro questo contesto che va letta la frase più esplicita:

“Mi hanno detto che c’era un sistema: se mi dai i soldi ti aiuto.”

Il “sistema”, per come Sempio lo pronuncia, ha una formula semplice e brutale: denaro in cambio di aiuto.

Ma, ancora una volta, il punto giuridico resta aperto: la frase non dimostra che quel denaro sia stato chiesto, versato o ricevuto. Racconta però che Sempio, parlando in famiglia, descriveva quel mondo con quelle parole.


Spoto, la notifica e l’interrogatorio

Accanto a Sapone compare il nome del maresciallo Giuseppe Spoto.

L’episodio chiave risale all’8 febbraio 2017, quando Spoto raggiunge Andrea Sempio per notificargli l’invito a rendere interrogatorio. Secondo l’informativa, la modalità della notifica presenta anomalie: Spoto sarebbe già con Sempio alle 16.35, mentre la relata riporta le 17.45. I due rimangono insieme almeno un’ora e dieci minuti.

Durante quel contatto Andrea chiama l’avvocato Federico Soldani e passa il telefono al maresciallo. Spoto si presenta al legale:

“Sono il Maresciallo Spoto dei Carabinieri… sono venuto giù apposta oggi…”

Poi discute dell’interrogatorio, della rinuncia ai termini e delle modalità dell’atto.

Per gli investigatori non è una semplice notifica. È un’interlocuzione articolata tra ufficiale di polizia giudiziaria, indagato e difensore. Un episodio che, nel mosaico dell’informativa, diventa un altro tassello del rapporto diretto tra Andrea Sempio, i carabinieri e il suo legale.


“La roba esce”

Il secondo pilastro del racconto è il tema delle informazioni.

Nel febbraio 2017, quando il procedimento a carico di Sempio è ancora aperto, Andrea discute in famiglia del meccanismo dell’archiviazione. La Procura può chiedere l’archiviazione, il GIP può accoglierla, la parte offesa può essere avvisata. Ma la domanda che interessa a Sempio è un’altra: chi viene a sapere cosa, e quando?

È qui che dice:

“La domanda è: chi deve saperlo? Uffi… in via ufficiale… in via ufficiosa lo scopriamo comunque perché la roba esce.”

Questa frase è uno dei manifesti involontari dell’intero fascicolo.

Nelle parole di Sempio esistono due piani: quello ufficiale degli atti e quello informale delle notizie che filtrano. Non dice semplicemente “lo sapremo”. Dice: “la roba esce”.

E la “roba”, nel fascicolo, sembra essere fatta di molte cose: notizie sull’archiviazione, documenti tecnici, consulenze, atti, anticipazioni, voci, telefonate, contatti tra parti diverse del procedimento.


Tizzoni, il nome che ritorna

Dentro questo circuito un nome torna più volte: quello dell’avvocato Gianluigi Tizzoni, legale della parte civile.

Ne parlano i Sempio nelle conversazioni familiari del 2017, quando ragionano sulla possibilità che la parte offesa venga informata dell’archiviazione. Giuseppe Sempio dice:

“Tizzoni che fa parte della parte offesa…”

Andrea e il padre discutono del ruolo della parte civile e del fatto che Tizzoni possa essere uno dei soggetti in grado di sapere, o far sapere, determinate cose.

Il nome non resta confinato alle intercettazioni. Ritorna anche negli appunti sequestrati. Nella rubrica verde trovata a casa dei genitori di Andrea, una pagina reca l’intestazione “Avvocato Tizzoni”. Nella stessa rubrica compaiono altri nomi chiave: Garofano, Venditti, Giarda, Linarello, Stasi, DNA, GIP, archiviazione.

Poi Tizzoni riappare nell’analisi dei dispositivi digitali. Nel telefono Samsung J5 di Andrea Sempio, secondo l’informativa, viene recuperato un messaggio cancellato del 27 giugno 2017:

“Ho incontrato Avv. Tizzoni in campagna con il suo cane ci aspetta un aperitivo da definire ciao.”

E in un diario di Andrea, alla data del 3 novembre 2020, compare l’annotazione:

“parlato con Tizzoni.”

Presi singolarmente, questi elementi non provano alcun illecito. Ma mostrano che il nome del legale della parte civile ritorna su più livelli: intercettazioni, appunti familiari, messaggi recuperati, diari. È uno dei fili che alimentano la rappresentazione di un ambiente in cui rapporti personali e ruoli processuali sembrano sovrapporsi.


Garofano e le carte: chi aveva cosa?

Il terzo grande tema è quello delle carte.

Il generale Luciano Garofano entra nella vicenda come consulente della famiglia Sempio. Il 30 dicembre 2016, con atto sottoscritto da Andrea, riceve il consenso per effettuare test genetici. Il 27 gennaio 2017 firma una consulenza genetico-forense nell’interesse della famiglia.

Il problema, secondo gli investigatori, riguarda la documentazione che Garofano avrebbe avuto a disposizione. Nell’informativa vengono analizzati gli atti consultati dal consulente: perizia De Stefano, verbali, consulenze Fabbri e Linarello, materiale tecnico. Gli investigatori si chiedono da dove provenissero quei documenti e arrivano a escludere, almeno in parte, una provenienza ordinaria dal fascicolo disponibile presso la Procura di Pavia.

È un punto fondamentale per la narrazione del “sistema”: non solo persone che parlano, ma carte che circolano.

La stessa questione ritorna nelle intercettazioni più recenti, quando Andrea e i familiari discutono della consulenza Linarello-Fabbri e della possibilità che certi documenti siano arrivati a soggetti non legittimati. Andrea ragiona così: se un avvocato riceve documenti che non dovrebbe avere, il problema non è solo di chi li riceve, ma anche di chi li fa uscire.

È ancora la stessa formula:

“La roba esce.”

E le carte, nel fascicolo Sempio, sembrano uscire, entrare, riapparire. Arrivano ai consulenti, compaiono negli appunti, finiscono negli archivi digitali. Nello spazio iCloud di Andrea, l’informativa segnala anche la scansione della consulenza Garofano del 27 gennaio 2017.


Venditti, Brescia e l’archiviazione

Il nome di Mario Venditti, procuratore aggiunto a Pavia e titolare del fascicolo Sempio nel 2016-2017, attraversa appunti e conversazioni.

Nella rubrica verde appare accanto al GIP, all’archiviazione, alle domande sul futuro del procedimento. In uno degli appunti più controversi compare la formula:

“Venditti GIP archivia x 20, 30 € euro…”

E poco oltre un’altra domanda:

“Il GIP Venditti se archivia cosa succede?”

Sono frasi ambigue, che gli investigatori hanno letto come elementi da approfondire nel quadro dei rapporti tra denaro, difesa e archiviazione. Giuseppe Sempio, invece, nelle dichiarazioni successive ha fornito una lettura difensiva: non denaro per corrompere, ma una previsione di spese complessive tra avvocati, consulenti e costi della vicenda.

Va però precisato un punto essenziale: la Procura di Brescia ha archiviato l’indagine per corruzione nei confronti di Mario Venditti. Quel segmento, per l’ex magistrato, si è dunque chiuso. Resta però il fatto che, nel procedimento pavese, continuano gli approfondimenti sul contesto più ampio: i rapporti tra la famiglia Sempio, gli ex carabinieri, i legali, i consulenti, i passaggi di denaro e la circolazione degli atti.

Ed è proprio in questo spazio, tra procedimento archiviato a Brescia e nuovo fascicolo pavese, che le parole di Andrea Sempio assumono valore narrativo. Nelle intercettazioni più recenti, Andrea ragiona infatti sulla possibilità che l’indagine non salga più “in alto”, verso Venditti, ma si allarghi “in orizzontale”, verso quella che chiama la “famosa squadretta”: carabinieri, contatti, telefonate, rapporti informali.

Il sistema, nella sua lettura, non avrebbe necessariamente un solo vertice. Avrebbe piuttosto una rete.


“È dalla nostra”

C’è poi un passaggio delle intercettazioni del 2017 che racconta bene il modo in cui Andrea e il padre Giuseppe interpretano l’atteggiamento degli inquirenti.

Dopo l’interrogatorio in Procura, padre e figlio commentano chi li ha sentiti. Andrea, secondo la conversazione intercettata, dice in sostanza che quella persona “è dalla nostra”. Giuseppe Sempio, però, appare più cauto, quasi perplesso. Ragiona su Venditti e dice:

“Ah, non mi convince… ma se è dalla nostra…”

Il valore del passaggio non sta nel dimostrare un favore processuale. Sta nel lessico. “Dalla nostra” è una formula che appartiene più al linguaggio delle alleanze che a quello della giustizia. È il modo in cui, dentro casa Sempio, viene percepito il comportamento di chi dovrebbe restare terzo.

Anche qui, il punto non è trasformare una frase in prova. È mostrare come Andrea e il padre leggano l’ambiente giudiziario: non solo come un luogo di atti, verbali e richieste, ma come un campo di posizionamenti. C’è chi è contro, chi è vicino, chi può sapere, chi può aiutare, chi può archiviare.

È lo stesso vocabolario che ritorna altrove: “la roba esce”, “quelli lì”, “la squadretta”, “se mi dai i soldi ti aiuto”.


La rubrica verde: il sistema scritto a mano

Se le intercettazioni restituiscono il sistema parlato, la rubrica verde sequestrata a casa dei genitori di Andrea restituisce il sistema scritto.

È una rubrica Pigna, utilizzata da Giuseppe Sempio come una specie di diario di bordo dell’indagine 2016-2017. Dentro ci sono nomi, date, strategie, domande, paure.

Ci sono intestazioni come:

  • Luciano Garofano;

  • Avvocato Tizzoni;

  • Avvocati Stasi;

  • Pubblico Ministero;

  • Giarda;

  • Sempio Andrea;

  • Venditti;

  • GIP.

Ci sono appunti sul DNA, sul cromosoma Y, sulle biciclette, sullo scontrino, sull’alibi, sulla revisione a Brescia, sui giornalisti, sulle trasmissioni televisive, sugli investigatori privati.

È in questa rubrica che compare uno degli appunti più controversi dell’intero fascicolo:

“Venditti GIP archivia x 20, 30 € euro…”

Una frase potente, ambigua, pericolosa. Gli investigatori la leggono come uno snodo problematico, anche alla luce dei pagamenti in contanti e degli assegni. Giuseppe Sempio, invece, nelle sue dichiarazioni successive offre una lettura difensiva: non denaro per corrompere, ma una previsione di costi complessivi della vicenda, tra avvocati, consulenti e spese necessarie per arrivare alla chiusura del procedimento.

Nella stessa rubrica compare anche un’altra domanda chiave:

“Il GIP Venditti se archivia cosa succede?”

Questa domanda racconta meglio di molte analisi il centro emotivo e strategico della famiglia Sempio: l’archiviazione non è solo un atto processuale. È la porta d’uscita. È la protezione. È il punto oltre il quale Andrea, nella percezione familiare, potrebbe non essere più toccato per lo stesso DNA.


Soldi, contanti e “quei signori lì”

Il denaro è l’altro filo scuro del fascicolo.

Il 10 febbraio 2017 Giuseppe Sempio dice:

“Adesso bisogna che troviamo la formula di pagare quei signori lì.”

Daniela chiede:

“Chi?”

Giuseppe risponde:

“Portare i soldi all’avvocato visto che escono…”

Da qui si apre un lungo capitolo su contanti, assegni, prelievi, tracciabilità.

Daniela e Giuseppe discutono della differenza tra assegni e contanti. Gli assegni lasciano traccia; i contanti, dice Daniela, “li puoi far sparire”. L’informativa ricostruisce movimentazioni bancarie tra dicembre 2016 e giugno 2017: prelievi in contanti, assegni, un bonifico a Garofano, somme complessive da approfondire.

Gli investigatori ipotizzano che il contante potesse essere collegato a condotte illecite o comunque meritevoli di approfondimento. I Sempio danno un’altra versione: soldi destinati agli avvocati e ai consulenti, in un momento di paura, confusione e totale dipendenza dalla difesa.

Giuseppe lo dice in una frase molto forte:

“Noi eravamo nelle loro mani, e non sapevamo una virgola di cosa facessero.”

È la linea difensiva della famiglia: non un patto corruttivo, ma smarrimento. Non denaro per comprare un esito, ma soldi consegnati a professionisti di cui si fidavano e da cui dipendevano.

Eppure, nelle intercettazioni, la paura che quei soldi possano essere letti diversamente è evidente. Daniela insiste perché Giuseppe chiarisca se Soldani avesse chiesto soldi in contanti. Giuseppe ripete di non aver fatto accordi “in nero”. La parola corruzione aleggia, anche quando viene respinta.

Secondo quanto riportato dal Tg1, Giuseppe Sempio parla anche di somme versate in passato che, a suo dire, non sarebbero più documentabili, interrogandosi sulla possibilità che gli investigatori stiano cercando di ricostruire un presunto episodio di corruzione. Ma non è accertato che quelle somme siano state destinate a Sapone, Spoto o ad altri carabinieri.

Il denaro, nel racconto dei Sempio, resta così sospeso tra due letture: per gli investigatori possibile indizio da approfondire; per la famiglia, costo opaco e mal gestito di una difesa vissuta come totalizzante.


Gli errori dei carabinieri

Nella casa dei Sempio, però, il sospetto si rovescia.

Non sono loro, nella lettura familiare, ad aver beneficiato di un sistema. Sono loro a essere diventati il punto su cui quel sistema scarica le proprie contraddizioni.

La madre di Andrea lo dice in una frase intercettata e riportata dal Tg1:

“Tutti gli errori dei carabinieri ora li fanno ricadere su Andrea.”

È una frase importante perché restituisce la percezione familiare: le anomalie, le telefonate, i contatti, le carte, i soldi, i ritardi e gli errori del passato verrebbero oggi trasformati in elementi contro Andrea.

Questa è la doppia faccia del racconto dei Sempio. Da una parte Andrea parla di un sistema che, secondo quanto gli avrebbero detto, funzionava con la formula “se mi dai i soldi ti aiuto”. Dall’altra la famiglia teme che gli errori di quel mondo vengano scaricati su di lui.

Beneficiario o capro espiatorio? È una delle domande sotterranee dell’intero fascicolo.


Anche i Poggi vedono un sistema

Il dato più interessante è che non sono solo i Sempio a parlare di rapporti opachi.

Anche la famiglia Poggi, nelle conversazioni intercettate o riportate nell’informativa, mostra sfiducia verso il nuovo corso investigativo.

Giuseppe Poggi, parlando dei Carabinieri di Milano, dice:

“Esiste tutto quello nuovo, quello che fanno sti Carabinieri di Milano, investigatori di Milano, basta.”

In un’altra conversazione parla di una:

“tresca… fra Bocellari, Le Iene, i Carabinieri…”

Sono frasi da trattare come sospetti, voci, percezioni, non come fatti. Ma servono a raccontare il clima. Nel fascicolo non c’è solo un “sistema” percepito dai Sempio. Ce n’è anche uno percepito dai Poggi, di segno opposto: un circuito fatto di difesa Stasi, giornalisti, carabinieri, trasmissioni televisive e nuova Procura.

Alle pagine dedicate alla famiglia Poggi compare anche l’idea di coinvolgere la Procura Generale di Milano per intervenire su Pavia. Viene citata la dottoressa Barbaini, che secondo quanto riportato avrebbe consigliato un esposto.

La frase è netta:

“Se non interviene nessun altro… che è al di fuori di questa Procura…”

E ancora:

“Se la Procura di Milano vede le cose che stanno andando in un senso che è tutto tutto una cosa schifosa, può intervenire e dire a Pavia cosa state facendo?”

Il risultato è una guerra di sistemi contrapposti. Per i Sempio, Pavia è il luogo delle carte che escono, dei carabinieri che chiamano, degli avvocati che sanno, dell’archiviazione da ottenere. Per i Poggi, Pavia diventa invece la Procura che riapre, insiste, spinge, interroga, mentre altri soggetti — Milano, parte civile, media — potrebbero o dovrebbero intervenire.


Il sistema secondo Sempio

Il “sistema Pavia”, così come emerge dalle parole di Andrea Sempio, non è una struttura definita. È un insieme di frammenti.

Una frase sui soldi:

“Se mi dai i soldi ti aiuto.”

Una frase sulle notizie:

“La roba esce.”

Una frase sui carabinieri:

“Se parlo viene giù tutto.”

Una frase su Sapone:

“Ci aveva tutti dei giri.”

Una formula sugli inquirenti:

“È dalla nostra.”

Una domanda sull’archiviazione:

“Il GIP Venditti se archivia cosa succede?”

Un appunto sui soldi e Venditti:

“Venditti GIP archivia x 20, 30 € euro…”

Un timore della madre:

“Tutti gli errori dei carabinieri ora li fanno ricadere su Andrea.”

Messe insieme, queste frasi non compongono una sentenza. Non dimostrano da sole un patto corruttivo. Non provano che denaro sia stato versato a carabinieri, magistrati o altri soggetti. E, nel caso di Mario Venditti, va ricordato che il filone bresciano per corruzione è stato archiviato.

Ma raccontano il modo in cui Andrea Sempio e la sua famiglia descrivono il mondo che li circondava nel 2017 e che torna a travolgerli nel 2025, mentre a Pavia restano gli approfondimenti sui rapporti, sulle telefonate, sui soldi e sulle carte.

Un mondo in cui le informazioni sembrano filtrare, i nomi tornano, le carte circolano, i soldi spaventano, gli avvocati diventano snodi, i carabinieri interlocutori, l’archiviazione un obiettivo assoluto.

Per questo, il cuore dell’inchiesta non è solo cosa sia accaduto nella villetta di via Pascoli. È anche come, attorno a quel delitto, negli anni, si sia costruita una rete di relazioni, sospetti, canali paralleli e paure.

Il sistema Pavia, almeno nelle parole di Sempio, esiste così: non come edificio compatto, ma come un insieme di porte laterali.

E la chiave, forse, sta tutta in quella frase:

“In via ufficiosa lo scopriamo comunque perché la roba esce.”

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Luigi Grimaldi

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Commenti

Un iscritto

A me la vicenda della presunta corruzione ha sempre suscitato alcuni dubbi, non nel senso che penso non ci sia stata, ma nel senso che, come dice lo stesso Sempio, “ tanto la roba esce comunque “. Ovvero: mi è sempre parso che, per quanti soldi possano aver tirato fuori i Sempio, ci fosse comunque dietro, o forse sarebbe più corretto dire sopra, un “sistema” appunto molto più ampio e potente che si muoveva, si è mosso e si muove per altre vie rispetto a quelle del denaro ( sempre utile e molto probabilmente utilizzata in parte), ma una protezione garantita comunque…

14m
Un iscritto

Grazie Luigi, esposizione interessantissima che, credo, metta l' accento su un elemento apparentemente astratto: il tempo. Visto attraverso la lente del tempo, tutta la tragica vicenda assume i contorni di una sceneggiatura che data ben prima dell' omicidio della povera Chiara, la quale, imprevedibilmente, assume anche il ruolo di un oracolo. Seguire il Caso Garlasco è come entrare in una di quelle antiche carte geografiche dove si trovava stampato "Hic sunt leones", oppure come entrare in uno di quei "labirinti di specchi" che si trovavano nei Luna Park. Ripensando ad eventi passati, talvolta, come accadde in seguito al terremoto a L' Aquila, il "sistema", fa capolino. A quei tempi un' intercettazione, divenuta pubblica (venne riportata anche da ANSA) rivelava la sfrenata allegria di un imprenditore edile, felicissimo in vista dei l'auto guadagni della ricostruzione, e face scandalo. Non ne ricordo il nome, ma cercò di , autoassilversi, facendo peggio, infatti gli scappò qualcosa a proposito "sistema". Col risultato di venire, ci furono altri articoli al riguardo, brutalmente cazziato e minacciato proprio da imbufaliti emissari del..."sistema", appunto. All' imprenditore edile affannato di lucrare sulla pelle dei terremotati andò bene, a David Rossi, no.

40m
Un iscritto

Che meraviglia!!
Grazie dottor Grimaldi 👏👏👏👏👏👏👌

40m
Un iscritto

Da notare la frase di Sapone quando dice ( sono venuto giù oggi) e un'altra detta da Sempio se non ricordo male, o uno dei genitori ( devo salire su ) bravo Luigi 👏👏👏👏👏❤️

51m
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