Giocano a risiko, e noi paghiamo. La crisi energetica e i suoi padroni.
Intervista ad Arhab Mohamed Al Sarhi Presidente dell’Associazione di amicizia Italo - Yemenita - di Luigi Grimaldi
Introduzione:
Per comprendere le tensioni attuali nel Mar Rosso, nel Golfo Persico e lungo le grandi rotte dell’energia non basta guardare alle crisi dell’ultima ora. Lo Yemen, lo stretto di Bab el-Mandeb, Hormuz, l’Iran e perfino il Venezuela appartengono a una geografia politica che da decenni intreccia guerre locali, interessi energetici, rivalità regionali e competizione tra grandi potenze. In una sintesi il più possibile asettica cerchiamo di ripercorrere i precedenti.
Il Medio Oriente è stato a lungo il centro nevralgico della sicurezza energetica mondiale. Dalla crisi petrolifera degli anni Settanta alla guerra Iran-Iraq, dall’invasione del Kuwait alla guerra del Golfo, dall’intervento americano in Iraq fino alle tensioni sul programma nucleare iraniano, il controllo delle risorse e delle vie di transito del petrolio ha rappresentato uno dei principali fattori della politica internazionale. La posta in gioco non è mai stata soltanto il possesso dei giacimenti, ma anche la capacità di garantire, condizionare o interrompere l’accesso all’energia.
In questa prospettiva, gli stretti marittimi hanno assunto un valore strategico pari, se non superiore, a quello dei pozzi petroliferi. Hormuz, tra Golfo Persico e Oceano Indiano, è da decenni uno dei passaggi più sensibili del commercio energetico globale. Bab el-Mandeb, tra Yemen e Corno d’Africa, collega invece l’Oceano Indiano al Mar Rosso, al Canale di Suez e quindi al Mediterraneo. Chi controlla, influenza o destabilizza questi colli di bottiglia può incidere sui prezzi, sui tempi di consegna, sui costi assicurativi e sulla sicurezza degli approvvigionamenti.
Lo Yemen si inserisce esattamente in questo quadro. La guerra iniziata nel 2014-2015, nata da dinamiche interne e regionali, si è progressivamente trasformata in un conflitto con ricadute internazionali. La posizione del Paese, affacciato su Bab el-Mandeb, rende la sua instabilità un problema non solo yemenita o mediorientale, ma globale. Gli attacchi contro il traffico marittimo nel Mar Rosso hanno mostrato con chiarezza quanto una crisi locale possa produrre effetti immediati sulle rotte commerciali tra Asia, Europa e Mediterraneo.
A questa dimensione si aggiunge il confronto sempre più esplicito tra Stati Uniti e Cina. Pechino dipende in misura rilevante dalle importazioni di energia e dalle rotte marittime che collegano Medio Oriente, Africa e America Latina ai porti asiatici. Washington, al contrario, negli ultimi due decenni ha rafforzato la propria autonomia energetica grazie allo sviluppo dello shale oil e dello shale gas, mantenendo al tempo stesso una capacità militare, finanziaria e diplomatica di influenza sui principali nodi del sistema energetico mondiale.
È in questo contesto che anche il Venezuela torna a essere centrale. Le sue immense riserve petrolifere, i rapporti costruiti negli anni con la Cina, le sanzioni americane e il possibile riorientamento dei flussi energetici venezuelani rientrano in una partita più ampia: non soltanto chi produce petrolio, ma chi può decidere a quali condizioni, attraverso quali canali finanziari e verso quali mercati quel petrolio può arrivare.
L’interpretazione proposta da Arhab Al Sarhi, presidente dell’Associazione di amicizia Italo - Yemenita, non sostiene l’esistenza provata di un unico piano prestabilito dietro crisi diverse. Invita però a leggere i loro effetti convergenti. Yemen, Hormuz, Iran, Mar Rosso e Venezuela sono scenari differenti, ma tutti toccano lo stesso punto: l’accesso all’energia e alle rotte che la trasportano.
La domanda, allora, non è soltanto chi controlli il petrolio. È se l’instabilità delle regioni produttrici e dei passaggi marittimi strategici stia diventando una nuova forma di competizione globale. Una competizione nella quale non è necessario bloccare militarmente la Cina per tentare di rallentarne l’ascesa: può bastare rendere più costoso, incerto e politicamente condizionato il suo accesso all’energia.
Di questo abbiamo parlato con Arhab Mohamed Al Sarhi, presidente dell’Associazione di amicizia Italo - Yemenita.
Yemen, Hormuz e Venezuela: tre crisi, una sola competizione
Intervista ad Arhab Mohamed Al Sarhi
Presidente dell’Associazione di amicizia Italo - Yemenita
Domanda: Guerra in Medio Oriente, tensioni nel Golfo, instabilità del Mar Rosso e pressioni americane sul petrolio venezuelano vengono spesso trattate come crisi separate. Lei sostiene che non lo siano del tutto. Perché?
Arhab Al Sarhi: Osservandole da una prospettiva più ampia emerge un interrogativo strategico: siamo di fronte a una successione di crisi indipendenti oppure a una progressiva ridefinizione degli equilibri energetici mondiali, in cui il contenimento economico della Cina rappresenta uno degli obiettivi? Non esistono prove sufficienti per affermare che queste crisi siano state pianificate preventivamente da Washington in un unico disegno. Sarebbe però altrettanto riduttivo ignorare come il controllo delle risorse energetiche, delle rotte marittime e dei sistemi finanziari possa trasformarsi in uno strumento decisivo nella competizione tra Stati Uniti e Cina.
Domanda: In che senso il petrolio è diventato uno strumento di pressione geopolitica?
Arhab Al Sarhi: Negli ultimi due decenni gli Stati Uniti hanno profondamente trasformato la propria posizione nel mercato energetico internazionale. Grazie allo sviluppo del petrolio e del gas non convenzionali, Washington dispone oggi di una maggiore autonomia energetica. La Cina, al contrario, continua a dipendere in misura significativa dalle importazioni di greggio per alimentare il proprio apparato industriale e garantire la competitività delle esportazioni. Ogni aumento prolungato del prezzo del petrolio determina maggiori costi per le economie importatrici: pressioni sui margini industriali, spese logistiche più alte e vulnerabilità alle interruzioni di fornitura. Per gli Stati Uniti prezzi più elevati possono favorire parte dell’industria energetica nazionale, pur con effetti negativi su consumatori, inflazione e imprese. Il vantaggio strategico non consiste necessariamente nel mantenere il petrolio costantemente caro, ma nel disporre di una maggiore capacità di influenzarne disponibilità, rotte commerciali e condizioni di accesso.
Domanda: Perché gli stretti di Hormuz e Bab el-Mandeb sono così centrali in questa analisi?
Arhab Al Sarhi: Sono due passaggi fondamentali per il commercio internazionale dell’energia. Secondo l’Energy Information Administration americana, nella prima metà del 2025 attraverso Hormuz transitavano circa 20,9 milioni di barili al giorno di petrolio e prodotti petroliferi. Circa l’89% del greggio e dei condensati che attraversavano lo stretto era destinato ai mercati asiatici. Bab el-Mandeb, all’estremità meridionale del Mar Rosso, collega invece l’Oceano Indiano al sistema commerciale che conduce verso il Canale di Suez e il Mediterraneo. Le tensioni legate alla guerra in Yemen e agli attacchi contro il traffico marittimo hanno già dimostrato quanto sia vulnerabile questa rotta: numerose compagnie di navigazione hanno dovuto circumnavigare l’Africa, aumentando tempi, costi assicurativi e spese operative. L’instabilità simultanea di Hormuz e Bab el-Mandeb può alterare l’intera geografia degli approvvigionamenti energetici, con conseguenze particolarmente rilevanti per le economie asiatiche. Condizionare l’accesso a questi passaggi diventa una forma di potere economico strategicamente importante quanto il possesso diretto delle risorse petrolifere.
Domanda: Qual è, in concreto, la vulnerabilità della Cina?
Arhab Al Sarhi: Pechino ha costruito una parte significativa della propria crescita sulla capacità di accedere alle materie prime internazionali e trasformarle in prodotti industriali. La sicurezza delle forniture energetiche è quindi essenziale. Un’interruzione prolungata dei flussi petroliferi dal Medio Oriente, accompagnata da un aumento dei costi di trasporto e assicurazione, può compromettere questa stabilità. Le difficoltà delle raffinerie asiatiche durante la crisi del 2026 mostrano quanto rapidamente le tensioni geopolitiche possano tradursi in problemi di approvvigionamento. Ma il punto centrale non riguarda soltanto la quantità di petrolio disponibile: riguarda il prezzo al quale la Cina può acquistarlo, la sicurezza delle rotte e il grado di autonomia politica dei Paesi fornitori. Una potenza industriale può continuare a ricevere energia e, allo stesso tempo, subire un progressivo indebolimento competitivo se l’accesso a quella energia diventa più costoso, incerto e politicamente condizionato.
Domanda: Dove si inserisce il Venezuela in questo quadro?
Arhab Al Sarhi: Il Venezuela possiede alcune delle maggiori riserve petrolifere accertate del pianeta ed è stato per anni un importante partner energetico della Cina.
Le sanzioni americane, i cambiamenti politici e il crescente interesse di Washington per il rilancio della produzione venezuelana hanno aperto una nuova fase. Dopo gli sviluppi politici del gennaio 2026, Washington ha cercato di favorire nuovi investimenti americani e di orientare una parte maggiore delle forniture di greggio venezuelano verso le proprie raffinerie. Le restrizioni sulle esportazioni e il nuovo sistema di autorizzazioni hanno inciso anche sui flussi destinati alla Cina. Non si può automaticamente parlare di controllo americano sull’intero settore petrolifero venezuelano. Tuttavia, la capacità di influenzare investimenti, licenze, esportazioni e destinazioni commerciali è un fattore geopolitico di grande rilievo. Considerando questo scenario insieme alle pressioni sulle esportazioni iraniane e all’instabilità delle rotte mediorientali, emerge una domanda: quanto spazio rimane alla Cina per costruire una rete di approvvigionamento realmente indipendente dall’influenza americana? Il contenimento economico di Pechino non richiederebbe necessariamente un blocco navale diretto: potrebbe manifestarsi attraverso sanzioni, restrizioni finanziarie, costi logistici crescenti e una progressiva riduzione delle alternative energetiche.
Domanda: Chi trae vantaggio dalla permanenza di queste crisi?
Arhab Al Sarhi: Ogni guerra produce conseguenze differenti. Le popolazioni dei Paesi interessati pagano il prezzo più elevato in termini di vite umane, distruzione economica e instabilità politica. Le economie importatrici affrontano maggiori costi energetici, mentre alcuni produttori possono beneficiare temporaneamente dell’aumento dei prezzi. Le grandi potenze cercano di proteggere i propri interessi e, quando possibile, di trasformare gli sviluppi internazionali in vantaggi strategici. Beneficiare di una crisi non significa necessariamente averla provocata. Ma la possibilità di influenzarne l’evoluzione, determinarne le condizioni diplomatiche e orientarne le conseguenze economiche costituisce una forma concreta di potere internazionale. La questione non è soltanto stabilire chi abbia iniziato una guerra, ma comprendere chi sia in grado di utilizzare i suoi effetti per modificare gli equilibri economici globali.
Domanda: Che conseguenze ha tutto questo per il Medio Oriente e, in particolare, per lo Yemen?
Arhab Al Sarhi: Per i Paesi della regione le implicazioni sono particolarmente gravi. Il Medio Oriente rischia di trasformarsi sempre più in uno spazio in cui conflitti locali, rivalità regionali e competizione tra grandi potenze si sovrappongono. Lo Yemen ne è un esempio significativo: la sua posizione geografica, affacciata su Bab el-Mandeb, gli conferisce un’importanza strategica che supera largamente le sue dimensioni economiche. La sicurezza di questo passaggio interessa non soltanto gli Stati del Mar Rosso, ma anche l’Europa, l’Asia e tutte le economie che dipendono dal commercio marittimo internazionale. Il futuro dello Yemen e la stabilità delle sue coste non possono essere considerati esclusivamente questioni regionali: sono parte integrante della sicurezza economica internazionale. Esiste però un rischio politico: che l’importanza strategica delle rotte marittime finisca per prevalere sulla necessità di ricostruire gli Stati e proteggere le popolazioni coinvolte nei conflitti. La stabilità del Mar Rosso non può essere separata dalla stabilità dello Yemen, così come la sicurezza energetica internazionale non può essere costruita ignorando le conseguenze umane delle guerre.
Domanda: Alla fine, chi controlla davvero l’accesso all’energia?
Arhab Al Sarhi: Il confronto tra Stati Uniti e Cina viene spesso raccontato attraverso dazi, tecnologia, semiconduttori e competizione industriale. Esiste però una dimensione altrettanto importante: la capacità di garantire o condizionare l’accesso alle risorse energetiche. Hormuz, Bab el-Mandeb, l’Iran e il Venezuela sono realtà geopolitiche differenti, ma condividono un elemento fondamentale: il loro ruolo nella distribuzione internazionale del petrolio. Non è dimostrato che le crisi che li coinvolgono siano parti di un unico piano prestabilito. È però possibile che i loro effetti convergano, modificando i rapporti di forza tra le maggiori economie mondiali. La Cina ha bisogno di energia stabile, accessibile e diversificata. Gli Stati Uniti dispongono di strumenti militari, diplomatici, finanziari ed energetici capaci di influenzare alcuni dei principali nodi di questo sistema. È su questa asimmetria, insieme alla capacità cinese di diversificare le proprie forniture e costruire alternative, che si gioca una parte importante della competizione globale. La domanda più importante non è soltanto chi controlli il petrolio, ma se l’instabilità delle regioni che lo producono e delle rotte che lo trasportano stia diventando una nuova forma di competizione tra grandi potenze: una competizione in cui non è necessario fermare la Cina militarmente per cercare di rallentarne l’ascesa economica.
Domanda: Guardando al futuro, quale ruolo potrebbe assumere lo Yemen nel nuovo equilibrio geopolitico internazionale? Potrebbe trasformare la propria posizione strategica da fattore di conflitto a opportunità di sviluppo e stabilità?
Arhab Al Sarhi: Lo Yemen non deve essere considerato soltanto attraverso la guerra o la sua posizione geografica sullo stretto di Bab el-Mandeb. Il Paese possiede un potenziale strategico che, in condizioni di stabilità, potrebbe trasformarlo in un importante punto di collegamento commerciale e logistico tra Asia, Africa, Medio Oriente ed Europa.
La vera sfida è passare da uno Yemen percepito come fonte di rischio per la sicurezza internazionale a uno Yemen capace di contribuire attivamente alla stabilità regionale e alla crescita economica.
Per raggiungere questo obiettivo servono istituzioni statali solide, una soluzione politica sostenibile, investimenti nelle infrastrutture portuali e logistiche e una cooperazione internazionale che non si limiti alla dimensione militare.
Sono convinto che la comunità internazionale debba iniziare a considerare lo Yemen non soltanto come un problema da contenere, ma come un Paese da ricostruire e un potenziale partner strategico.
Il futuro dello Yemen non dovrebbe essere deciso esclusivamente dalla sua importanza per le rotte marittime internazionali, ma anche dal diritto del suo popolo a costruire uno Stato stabile, sovrano e prospero.
Commenti
Commento live domenica 26 .
Forse , sig Grimaldi , non è piaciuto il suo essere " anti - commissione
parlamentare. Quindi trovo modo x attaccare.
La saluto, ringraziandola x il suo libro.
Pochi giornalisti sarebbero stati in grado di fare un’intervista di così alto livello.
Chapeau!
❤️
Dispiace che spesso ci sia strabismo politico e strategico. Chi beneficia delle crisi e delle sanzioni a Russia, Iran? Gli unici due acquirenti con massa critica e che comprano a prezzi scontatissimi, cioè Cina e India. Di fatto l’Iran è una clamorosa proxy cinese largamente ignorata per decenni. Poi c’è l’Europa che di fronte a un quadro del genere taffazianamente si è eretta a martire ambientalista ideologizzato e si trova quindi alla mercé dei peggiori stati canaglia non avendo alternative se non gelare d’inverno. Sembra che il deus ex machina siano sempre gli USA ma è più un refrain che altro.
Giusto, e poi ci siamo noi, colti ed evoluti, ammalati di un grave complesso di superiorità, che abbiamo messo volontariamente il collo nel cappio e adesso è arrivato chi lo stringe.
Sarebbe magnifico che lo Yemen riuscisse a pacificarsi ed instaurare un vero processo democratico al suo interno col riconoscimento internazionale. Tuttavia credo che difficilmente sarebbe lasciato prosperare dai predoni che ci impongono la dittatura delle armi e del petrolio, dietro al paravento della “democrazia “. A nessuno di loro interessa il benessere e la civiltà dei popoli, laddove si minaccia continuamente di smantellare la Nato ma di fatto sono L’Onu e la Corte penale internazionale ad essere state completamente svuotate e le autocrazie si consolidano. Ultimamente mi ritrovo spesso a pensare al film “Non ci resta che piangere “dove i protagonisti, ritrovatisi per uno strano gioco del destino nel 1490 (o di lì) vorrebbero impedire a Cristoforo Colombo di salpare per “le Indie”…