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La chiave, le carte e la memoria infiammano la polemica: Salvini risponde, Melzi non dimentica e...

Riceviamo e pubblichiamo due lettere al confine tra rigore formale e accuse politiche - di Luigi Grimaldi

La chiave, le carte e la memoria infiammano la polemica: Salvini risponde, Melzi non dimentica e...
La chiave, le carte e la memoria infiammano la polemica: Salvini risponde, Melzi non dimentica e... Luigi Grimaldi

Ieri abbiamo raccontato la storia di Giuseppe Melzi, l’avvocato milanese che nel 2008 venne arrestato come presunto “regista” di una cosca della ’ndrangheta e di un maxi-riciclaggio da decine di milioni di euro. Una vicenda finita in archiviazione a Cagliari, dopo anni di custodia cautelare, sospensione professionale e gogna mediatica. Una storia che torna a galla ogni volta che il nome di Mario Venditti – il pubblico ministero di allora – finisce di nuovo sui giornali.

Oggi quella storia si allarga. Arriva una lettera del giudice Guido Salvini, il Gip che firmò l’ordinanza di custodia cautelare. E, a ruota, una replica dell’avvocato Melzi. Due voci che appartengono alla stessa stagione della giustizia milanese, due uomini che hanno attraversato, da sponde opposte, la macchina delle indagini e delle misure cautelari. Ecco le schermaglie.

La lettera di Guido Salvini

Il dottor Guido Salvini, già Gip a Milano e magistrato di lunga e nota carriera (strategie della tensione, caso Abu Omar, criminalità economica), scrive a GrimaldiPress per contestare la ricostruzione di ieri. Ecco il testo integrale della sua comunicazione:

«Gent.ma Grimaldi press
Vi scrive il dottor Guido Salvini. Ho condotto tanti anni fa la parte milanese dell’indagine Dirty Money, una bruttissima storia di bancarotta fraudolenta e riciclaggio per decine di milioni di euro, nata in Svizzera e conclusasi a Milano con diverse condanne.
Per l’ennesima volta mi trovo a dover rispondere ad un articolo che contrabbanda l’avv. Melzi come vittima di un errore giudiziario che sarebbe riferibile a me. Ma non è così e chi ha scritto non credo che abbia potuto leggere le carte. Questa persecuzione dura ormai da 15 anni, favorita dal fatto che i passaggi giuridici sono tecnicamente complessi. Ma provo a spiegarli

all’origine vi sono le sentenze di fallimento emesse in Svizzera nei confronti delle finanziarie World Financial e PP Finanz costituite dagli imputati calabresi. Con una operazione internazionale costoro, contigui alla criminalità organizzata, hanno utilizzato le due finanziarie per convogliarvi ingenti somme in contanti di provenienza certamente criminale e poi spogliarle di decine di milioni di euro dirottati all’estero in società offshore e così scomparsi.
-La Svizzera aveva trasmesso parte del procedimento all’AG italiana perché molti imputati risiedevano in Italia. La posizione di Melzi accusato di riciclaggio era stata però inviata per competenza da Milano a Cagliari perché lì avrebbe consumato tali attività di riciclaggio in campo immobiliare, con fondi provenienti dalle bancarotte, inizialmente parcheggiati anche nei paradisi fiscali delle Antille e poi giunti, 7.000.000 di euro non briciole, sui suoi conti.
-La Procura di Cagliari ritenendo erroneamente che le sentenze svizzere, già agli atti, andassero “delibate” cioè riconosciute dalla Corte d’Appello italiana- necessità invece esclusa dalla legge n. 228\95 in materia di rapporti internazionali che prevede la loro efficacia automatica- aveva iniziato tale procedura senza concluderla. Ha tenuto fermo il processo per 6 anni e poi ha chiesto l’archiviazione. Ovviamente se non “valevano” più le sentenze svizzere cadeva il reato conseguente di riciclaggio e il fascicolo è finito in archivio senza alcun giudizio nel merito dei fatti.
-La Procura di Cagliari è incorsa quindi in un errore esiziale, che è il passaggio fondamentale omesso dell’articolo. Infatti la stessa questione è stata sollevata dagli imputati giudicati Milano e la Cassazione ha dato loro torto con sentenza del 12 maggio 2015 condannandoli definitivamente per bancarotta fraudolenta. Non vi era infatti necessità di alcuna procedura ulteriore.
Melzi non è stato processato per un errore e la Procura e il GIP di Cagliari, quest’ultimo con un decreto di una riga, di fatto si sono disfatti dell’importante processo che era stato loro mandato.
In sostanza l’avv. Melzi avuto la fortuna che i magistrati di Cagliari, per disinteresse o sbadataggine, semplicemente non hanno voluto, a differenza degli altri imputati svizzeri e milanesi, fare il processo. Un “errore giudiziario” quindi ma non mio e risoltosi, in questo caso, a favore dell’imputato. Buon per lui, ma non è una vittima.
Cordialità
Guido Salvini
già GIP a Milano»

Salvini, figura storica della magistratura milanese, rivendica con chiarezza tecnica la correttezza del proprio operato e colloca l’archiviazione interamente sul versante sardo. È una difesa ferma, giuridicamente argomentata, che merita di essere riportata per intero.

Giuseppe Melzi e la lettera aperta a Venditti

C’è però un “ma”.

L’avvocato Giuseppe Melzi ha scritto una lettera aperta al giudice Mario Venditti (il pubblico ministero dell’epoca) in cui torna a raccontare, senza toni di rivalsa ma con la memoria di chi ha vissuto sulla propria pelle i mesi di carcere, la sospensione dall’Ordine e lo sprofondare della reputazione, la distanza tra le carte e la vita reale. In chiusura dipinge una matassa che tratteggia il percorso di un filo che corre su sentieri scivolosi della politica.


Lettera aperta al Dott. Mario Venditti
ex P.M. (Pubblico Ministero) di Milano e Pavia

  1. Il “Sistema Venditti”

  2. Il “contrappasso”

  3. Il “Sistema Pavia”

  4. Un commento

Protagonista (attivo e passivo) di due indagini sconcertanti e antitetiche:

• Dirty Money, da parte Sua e ai danni di sette innocenti, alla ricerca della “Cosca Ferrazzo” inventata ed inesistente (“agevolazione mafiosa e riciclaggio”).

• Clean 1 e Clean 2, a Suo carico e di altri responsabili dell’esistente, diffuso “Sistema Pavia” (“corruzione e peculato”).

1. Il “Sistema Venditti”

«Se non dice tutto sui suoi rapporti con i poteri forti e occulti di Pavia e Campione d’Italia, facenti capo prevalentemente al Partito della Lega, buttiamo via le chiavi!».

Così potrebbero minacciarLa i quattro P.M. (due di Pavia e due di Brescia) che indagano su di Lei, durante gli interrogatori.

Ricorda una simile aggressione da Lei rivolta a me nel lontano 2008? «Se non mi dice tutto sulla Cosca Ferrazzo non esce più dal carcere, perché butto via le chiavi!».

Non dubito che l’abbia rivolta spesso anche ad altri imputati, perché era questa la modalità inquisitoria che premetteva agli interrogatori per ottenere confessioni, abusando della carcerazione preventiva.

Peggio: inventando imputazioni, vere e proprie fake news, come nei miei confronti e di altri sei innocenti (“agevolazione mafiosa e riciclaggio”).

Tra marzo e aprile 2008 ho subito da Lei sette interrogatori-torture, dopo i quattro precedenti del discusso P.M. di Varese, Dott. Agostino Abate, sempre con la stessa modalità, alla ricerca di prove impossibili di reati inesistenti, nel procedimento italo-svizzero denominato Dirty Money.

Lei non ha subito, né subirà tali aggressioni, né una carcerazione preventiva come quella che ha inflitto a me nel febbraio 2008: 291 giorni di privazione della libertà (89 giorni in carcere e 202 giorni ai domiciliari). Ancor peggio, ha inflitto anni di carcere ad alcuni degli altri sei imputati, completamente assolti in Italia e anche in Svizzera.

Ha potuto esaminare le 11.567 pagine di intercettazioni contenute in 16 grandi raccoglitori e altri 6 di documenti sequestrati nel mio studio professionale (condiviso con altri Colleghi) ed ha verbalizzato, assieme al P.M. di Varese, 2.013 pagine di interrogatori, senza reperire nulla di nulla, nessuna irregolarità neppure amministrativa, ma con una devastazione irresponsabile della mia privacy.

Io non mi sono opposto ai prepotenti sequestri, non avendo nulla da nascondere; invece Lei, pervicacemente, ha rifiutato di indicare le password dei Suoi tre cellulari sequestrati e ha contestato l’accesso ai vari devices da Lei utilizzati. Perché, se anche Lei non ha nulla da nascondere? Difende la Sua privacy? I Giudici bresciani hanno accolto la Sua opposizione, ma perché allora non ha rispettato, anzi ha calpestato la mia e quella altrui?

Nella mia incredibile vicenda la Cosca Ferrazzo di Mesoraca (Calabria), a me completamente sconosciuta, era in realtà inesistente e Lei ne era consapevole, quale responsabile della D.D.A. (Direzione Distrettuale Antimafia), che non aveva censito tale presunta organizzazione neppure a livello nazionale (D.N.A. – Direzione Nazionale Antimafia).

Era consapevole che due dei sette indagati (a me sconosciuti) erano stati assolti con formula piena dalla Corte d’Appello (2006) e dal G.I.P. (2008) di Catanzaro.

Non solo: era consapevole che non esisteva neppure la competenza territoriale di Milano, da Lei usurpata per sedicenti meriti antimafia e finalità di carriera e mediatiche, di cui ora è vittima.

Il G.U.P. (Giudice per l’Udienza Preliminare) di allora, Dott. Paolo Ielo, poi trasferito a Roma e ora tornato a Milano quale Procuratore Aggiunto, l’anno dopo (gennaio 2009) inviò il procedimento Dirty Money alla D.D.A. di Cagliari, manifestando che le ipotesi accusatorie erano infondate.

Lei non si oppose, senza riconoscere (impunemente) il completo fallimento di tutte le indagini (iniziate otto anni prima dal P.M. varesino) e delle ipotesi da Lei sostenute con cieca e bieca determinazione ai danni di innocenti.

Non esistevano prove di alcun genere contro tutti i sette imputati ed erano agli atti del procedimento, da anni, due Relazioni autonome delle Autorità giudiziarie svizzere (2005), contrarie alle Sue malevoli e strumentali accuse, proposte l’anno precedente (2004) dai Carabinieri del R.O.S. (Raggruppamento Operativo Speciale) di Milano solo come “ipotesi di lavoro”, da verificare e poi smentite dagli accertamenti svizzeri.

I P.M. e i Giudici sardi, effettuando le indagini da Lei omesse, archiviarono il procedimento nel giugno 2016 nei confronti non solo miei (mai più interrogato e che ho scoperto casualmente il provvedimento nel dicembre 2017), ma anche di tutti gli altri sei imputati (in gran parte a me sconosciuti).

2. Il “contrappasso”

Auguro che anche tutte le gravissime accuse a Suo carico risultino infondate e che i procedimenti vengano archiviati in tempi più solleciti.

È difeso dal collega Domenico Aiello (apprezzato legale del Partito della Lega), che sorprendentemente nel 2017 mi accompagnò dall’allora Presidente della Regione Lombardia Roberto Maroni (come dallo stesso richiesto) per ricevere la solidarietà personale e il riconoscimento istituzionale per il lungo e ingiusto calvario subito, proprio per causa Sua (12 anni).

Ora la pena dantesca del “contrappasso”: «Mi hanno rovinato la vita!» si è pubblicamente lamentato per le imputazioni ricevute. A quanti, oltre al sottoscritto, Lei ha “rovinato la vita”? «Ci vuole senso di responsabilità prima di rovinare la vita delle persone», ha protestato il Suo difensore, aggiungendo: «è un’indagine della giustizia contro la giustizia».

Dopo aver perseguitato me e altre sei persone per anni, ora è Lei a trovarsi nel mirino di quattro P.M. e dei media, un bersaglio strapotente, chiacchierato, finora intoccabile.

Lei – ripeto – non subirà la carcerazione preventiva, né i danni professionali ingiusti e irreparabili che mi ha provocato, deprecati anche dal defunto Presidente Maroni e dall’ottimo Avv. Aiello, che certamente non dimenticherà la particolare circostanza.

Ma la mia reputazione è rimasta inalterata, diversamente dalla Sua, ormai compromessa, anche a prescindere dall’esito dei Suoi processi.

3. Il “Sistema Pavia”

Per anni è stato implacabile, feroce persecutore di presunti malavitosi e di deboli indifesi, ottenendo la nomina a Procuratore Aggiunto di Pavia.

In questa ambita sede si è sviluppato il verminaio, così definito dai media, tra magistrati, carabinieri e politici, amministratori pubblici e soggetti economici.

Grazie a queste relazioni ha ottenuto l’ambita nomina a Presidente del Casinò municipale di Campione d’Italia, per anni commissariato e poi dichiarato fallito.

Prestigiosa carriera per un P.M. antimafia a caccia di cosche inesistenti!

Il “Sistema Pavia” è altrettanto inesistente?

Dal 2008 (17 anni) mi chiedo le ragioni occulte del mio coinvolgimento, che supera ogni malevola assurdità: sarei stato il regista della inesistente Cosca Ferrazzo, che avrebbe avuto sede presso il mio studio professionale (di allora) in Largo Richini 8, Milano, davanti all’ingresso dell’Università Statale.

Al piano superiore vi era la sede legale della Casa della Carità, voluta dal Cardinal Carlo Maria Martini e affidata a Don Virginio Colmegna, ed io ero Presidente dell’Associazione degli amici sostenitori.

È questo il filo “verde-nero” (il colore della Lega Salvini-Vannacci, ben diverso da quello del Presidente Maroni) che spiega la perversa aggressione giudiziaria che ho subito per anni?

Lei non sedeva in prima fila all’ultimo comizio del ballottaggio per le elezioni comunali di Legnano del 2020, a sostegno del candidato leghista? E non era al suo fianco un ex eurodeputato leghista, anch’egli indagato per “corruzione”, assieme ad un altro leghista, l’ex Sindaco di Vigevano?

Avv. Giuseppe Melzi

4. Un commento

Gentile Avvocato Melzi,
ho avuto modo di leggere la Sua lettera aperta a Venditti e, da magistrato che purtroppo conosce bene ciò che Lei denuncia, voglio esprimerLe tutta la mia solidarietà e vicinanza, unita al disprezzo per una magistratura che, atteggiandosi ad arrogante depositaria di una morale conosciuta solo a loro, impunemente rovina persone, famiglie, carriere e vite. I due personaggi da Lei menzionati sono, purtroppo, solo la punta di un iceberg maleodorante.

Un caro saluto,
Cuno Tarfusser

Solo per chiarezza: ho chiesto un Suo contatto all’amico Maimone, che mi ha mandato la Sua lettera aperta.

In questa lettera Melzi non contesta tanto i passaggi tecnici sulla delibazione delle sentenze svizzere quanto il fatto che, per nove mesi di libertà tolti e per anni di gogna, qualcuno abbia dovuto comunque rispondere. E ricorda che l’archiviazione cagliaritana non fu un semplice formalismo, ma la conclusione di un teorema che i giudici sardi definirono “assurdo e cieco”.

La giustizia, anche quando ammette di aver sbagliato o di non aver portato a processo, lascia spesso segni che nessuna sentenza può cancellare del tutto. Salvini ha diritto di difendere la propria storia e la propria professionalità. Melzi ha diritto di non dimenticare la propria.

E il lettore, in mezzo a queste schermaglie tra legali e magistrati, ha diritto di sapere che dietro le carte ci sono sempre vite e storie vere che vale sempre la pena di raccontare.

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Luigi Grimaldi

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Commenti

Un iscritto

Solidarietà all’avvocato Melzi! 🙏🏻♥️

38m
Un iscritto

storia complicata.

15m
Un iscritto

Giusto, dietro le carte ci sono sempre vite e storie che andrebbero sempre, valutate, considerate e protette. Troppo spesso questo non accade e, il malcapitato, paga un prezzo che nessuno potrà restituirgli.
Altri, invece, protetti dal potere acquisito o da una casta compiacente, spesso pagano poco o nulla

26m
Un iscritto

Che è poi il motivo per cui le storie di cronaca interessano…, ma io adesso sento più che mai puzza di bruciato riguardo a qualcuno la cui “innocenza “ non mi ha mai convinta…

33m
Un iscritto

Un macigno

37m
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